mercoledì 16 febbraio 2011

Capitolo 6 - Davvero diversa.



***
L'aula di Storia del primo era dall'altra parte della scuola rispetto alla Sala Grande. Quindi dopo il pranzo attraversai tutta l'Ala Est, oltrepassai la Torre Nord e mi trovai di fronte alla porta della classe. Entrai e mi fiondai all'ultimo banco attaccato al muro sulla destra della cattedra, a poco a poco tutta l'aula si riempì. Ricordo le parole di Desirée della mattina prima, quando mi disse che non era come la storia che studiavo prima. E allora di cosa si trattava? Odiavo la storia che studiavo nella vecchia scuola, avrei dovuto odiare anche questa?
Dopo cinque minuti, nei quali io mi persi a studiare ogni singolo alunno che entrava da quella porta, arrivò il professore. Era un ometto alto quanto me, sulla cinquantina se non oltre, con una pancia tonda e un'avanzata calvizia. Sul naso erano sistemati un paio di occhiali tondi a lente grande. Era totalmente buffo!
«Buon pomeriggio a tutti!» Posò rumorosamente i suoi libri sulla cattedra. «Per i nuovi arrivati i libri di testo del corso di Storia del primo sono nell'armadietto alle vostre spalle.» Gli tirò un'occhiata veloce per farci capire. In gruppo ci alzammo e ad uno ad uno avanzammo per prendere il nostro libro. Era enorme, avrà avuto almeno un migliaio di pagine. Cosa ce ne facevamo di tutta quella storia?
«Veloci per favore. Abbiamo tanto da fare e non un attimo da perdere. Dobbiamo cominciare di nuovo l'argomento delle origini del Simbolo.» Ci mise fretta, così velocemente tornammo ai nostri posti.
«Perfetto, io sono il professor Gherard e sarò il vostro insegnante di Storia. Vedo che siete tutti presenti, quindi possiamo cominciare. Non riprenderò la lezione dall'inizio, perciò chiederei ad ogni nuovo arrivato di riguardarsi gli argomenti che precedono la pagina 60. Oggi iniziamo proprio da lì e andremo a parlare della nascita di Mond.»
Sinceramente temevo che fosse qualcosa simile a ciò che studiavo in Italia e altrettanto sinceramente mi annoiava allo stesso modo. Quindi non seguii molto, finsi di prendere appunti scarabocchiando negli angoli delle pagine ancora nuove.

Due ore di Storia non passarono più, forse perché non vedevo l'ora di sapere di cosa si trattasse Profezia. L'aula del Primo anno si trovava in fondo all'Ala Est rispetto all'aula di Storia, quindi attraversai la Torre Nord e percorsi tutta l'ala. Sapevo di essere in netto ritardo perché il professore si era attardato a parlare con noi novelli. Entrai per ultima esplorando tutta la classe in cerca di un posto libero.
«Chiudi la porta e accomodati pure, qui c'è un posto libero.» Una voce vellutata mi fece sussultare. Davanti a me, appoggiato alla finestra a braccia conserte, c'era un giovane ragazzo con occhi chiarissimi quanto il ghiaccio e i capelli biondi lunghi fino al collo. Indossava un paio di pantaloni neri e una camicia bianca sbottonata fino al centro del petto. Era a dir poco divino e aveva un non so che di Strify dei Cinema Bizarre. A quel pensiero il mio cuore cominciò ad impazzire.
«Prego, lì guarda.» Mi indicò il banco davanti alla cattedra. Chiusi la porta alle mie spalle e andai a sedermi cercando di non inciampare nei piedi degli altri tavoli. Quel ragazzo venne proprio davanti a me appoggiando le mani sulla spalliera della sua sedia. Ma... Non poteva essere il professore! Era così giovane, era così bello.
«Bene, ora che ci siamo tutti possiamo passare alle presentazioni per i nuovi arrivati. Io sono Dorothy, il vostro insegnante di Profezia. Mi piace ascoltare musica rock, mi piace leggere, adoro i muffin che Ninfa prepara alla mattina e mi piace anche insegnare. Non mi piacciono i ragazzini capricciosi e viziati, le persone false e nemmeno la pasta ai fagioli che una volta al mese ci appioppa Ninfa a tavola. Ma non diteglielo, non voglio che se la prenda. Sarò vostro amico per i prossimi tre anni e spero che diventerà la stessa cosa anche per voi. Prego, tu sei...» Mi guardò con un'espressione che faceva chiaramente capire come si stesse sforzando a capire quale fosse il mio nome.
«Ehm...Monica...»
«Bene Monica, parlaci un po' di te, vieni pure.»
«Eh?!» Presi quel “Sarò vostro amico e spero che diventerà la stessa cosa per voi” come una cosa vera e seria, quindi non persi tempo ad accennargli un minimo di confidenza.
«Si, qui vicino a me.» Si scostò un po' dalla sedia per lasciarmi un po' di spazio alla cattedra. Mi alzai sgusciando dalla sedia e titubante mi portai vicino al professore.
«Ehm...Non so cosa dire.» Sentii le guance diventare roventi. “No, no, no, no per favore! Le guance no!” Iniziai a muovere le dita dei piedi, come avevo letto in un libro, si dice che il cervello si concentri sul movimento delle dita e le guance non diventano rosse! Speriamo funzioni.
«Parlaci di te.»
«Ok, beh, mi chiamo Monica. Anche a me piace ascoltare musica rock, leggere e amo i muffin di Ninfa, soprattutto quelli al cioccolato. Mi piace moltissimo anche la tisana che li accompagna, anche se non riesco a capire a che gusto sia.» Guardai il professore in cerca di un aiuto, non su ciò che dovevo dire, ma speravo che lui conoscesse quell'ingrediente che rendeva la tisana così delicata e gustosa.
«Lo scoprirai presto, tranquilla. C'è qualcosa che non ti piace?»
«Oh si, si che ce ne sono!» Stavo iniziando a sciogliermi, forse quello di parlare davanti a tutti era un buon metodo per ambientarsi e fare nuove conoscenze. «Per prima cosa, non mi piacciono le persone che giudicano le altre dall'apparenza. Intendo dire, se una persona è diversa da un'altra non è giusto che venga giudicata, non se prima non la si conosce.»
«Ti riferisci al fatto che i tuoi genitori non hanno il Simbolo?» Mi guardò e il gelo calò su tutta la classe.
«Grazie prof!» Lo guardai di sottecchi.
«Beh, cosa c'è di male? Fai comunque parte di Mond, hai il Simbolo e stai imparando tutto quello che c'è da imparare. Cosa importa se i tuoi genitori non lo hanno?»
«Che sono una meticcia.» Il mio tono di voce si spense, sapevo già ciò che i miei compagni pensavano e sapevo cosa sarei andata incontro.
«E allora? Tesoro,» si avvicinò posandomi le mani sulle spalle «Tu non sei la prima meticcia che entra qui. E questa parola ti sembra dispregiativa, ma non lo è affatto. Tranquilla, quelli che ti disprezzano solo per questa cosa, che ti giudicano male senza nemmeno averti conosciuta, come hai detto tu, sono solo menti ottuse che non vogliono capire. E tu, per tutta risposta, faresti bene a lasciarli perdere. Non credo che non troverai neanche un'amica con cui confidarti o con cui passare le giornate. Mond è molto grande, come hai potuto vedere, e di ragazzi che capiscono ce ne sono molti più di quanto tu possa immaginare!»
Non so perché, ma le parole di Dorothy mi tranquillizzarono sul serio e comunque aveva ragione, se fino a quel momento avevo incontrato persone che non erano state capaci di accettarmi per la mia diversità, non era detto che non ne avessi trovate anche che erano capaci di accettare il fatto che i miei genitori non avessero il Simbolo e io si.
Annuii, non sapevo cosa rispondere.
«Bene, c'è qualcos'altro che non ti piace? Continuiamo con la tua presentazione...»
«Si, beh, non mi piacciono... Le persone che davanti fanno le amiche e dietro ti trattano male. Possono rientrare nell'insieme delle ipocrite?»
«Penso proprio di si.» Mi sorrise da un angolo della bocca, era semplicemente stupendo. Sentii di nuovo il calore avvampare sulle guance, tornai a muovere le dita dei piedi.
«Ok e poi...Boh, per il momento non mi viene in mente nient'altro.»
«Perfetto, va bene così. Impareremo a conoscerci con il passare del tempo. Vai pure a sederti.»
Mentre mi allontanavo mi passò la mano sulla schiena (cosa che non fece con le altre ragazze dopo di me) e chiamò il prossimo. Non che volessi essere cattiva o scortese, ma le presentazioni dei miei compagni di classe in quel momento erano le ultime dei miei pensieri. Più che altro ero concentrata sul professore e sui suoi movimenti. Cercavo di non darlo a vedere, ma lo stavo studiando in ogni suo minimo dettaglio. E la cosa mi spaventava a morte. Non avevo mai avuto professori così belli nelle scuole che avevo frequentato, non avevo mai provato quella strana sensazione che si prova quando un insegnante ti dedica tutte quelle attenzioni. Cominciai a sperare che fosse soltanto per il fatto che io ero davvero diversa, che magari lui volesse solo aiutarmi a farmi sentire un po' più a mio agio, ma una parte di me sperava che non fosse completamente così.
Fui distratta dal suo tornare a parlare.
«Bene, ora che tutti ci siamo presentati ci rimangono solo...» Controllò l'orologio al suo polso «...Un quarto d'ora! Dobbiamo fare in fretta. Ok, ora ci divideremo in coppie per fare un'esercitazione basilare e molto semplice. Con i vostri compagni di banco andrà benissimo.»
Allora tutti voltarono le sedie in direzione dei loro vicini, io restai immobile.
«Prooof!!!» Alzai la mano e la agitai in aria per farmi vedere, anche se non ce n'era molto bisogno, ero davanti ai suoi occhi.
«Dimmi. Oh cielo, tu sei da sola, è vero! La farai con me. Vieni pure.»
Davanti a tutta la classe no, mi rifiuto proprio! Eppure i miei piedi mi tirarono fino a lui.
«Ok, ora a turno dovete fare questo semplice gesto al vostro compagno mentre lui si rilassa.» Si voltò verso di me «Siediti e rilassati.» Io mi sciolsi sulla sua sedia appoggiando le braccia ai braccioli. Dorothy si chinò davanti a me (e io cominciai di nuovo a muovere le dita dei piedi ancor prima che le guance potessero avvampare) e posò l'indice tra le mie sopracciglia, poi cominciò a rotearlo. Mi morsi le guance per non cacciarmi a ridere.
«Vedete tutti? In questo modo stimoleremo il chakra del compagno. Su, non è difficile!»
Tutti iniziarono così a roteare l'indice sulla fronte dei compagni e io mi sentivo una totale imbecille a stare seduta là, rilassata con le gambe lunghe accanto al professore e lui davanti a me con un dito sulla mia fronte. Non era esattamente nelle mie prospettive di vita ma la cosa mi piaceva. Cioè, voglio dire, il rilassamento mi piaceva!
Alle diciassette in punto suonò la campana e tutti, come una mandria di bufali, si alzarono e uscirono dalla stanza. Io li seguii, immediatamente mi alzai e andai al banco per prendere il libro e il quaderno degli appunti (ancora vuoto) e mi aggregai agli ultimi. Quando questi furono usciti, Dorothy mi bloccò.
«Aspetta.»
Mi voltai, era ancora alla cattedra e stava sistemando il libro per il prossimo argomento. Avanzai di soli due passi.
«Si?»
«Volevo...» Raccolse tutto tra le sue braccia e si voltò verso di me «Volevo scusarmi per quanto accaduto alla prima ora.» Si mise al mio fianco avanzando verso la porta, io mantenni il suo passo.
«Ehm...Per che cosa?» Mi ero completamente dimenticata di quello che aveva detto, ormai mi era passato di mente con tutti quei piccoli particolari che successero dopo.
«Per aver detto a tutta la classe quella cosa dei tuoi genitori. Non pensavo fosse così...Così come?»
«Così difficile, già.» Annuii mentre parlavo.
«Difficile è la parola giusta.»
«Si però, non c'era bisogno di scusarsi. Comunque mi ero già dimenticata.» E poi non si è mai sentito un professore che si scusa con un alunno.
«Beh, ho visto la faccia che hai fatto e ho capito come ti sei sentita. Mi sembrava giusto, tutto qui. Voglio ribadirti nuovamente che non hai bisogno di preoccuparti. Qui ti troverai bene e presto conoscerai gente nuova, non dar conto a quelli che ti giudicano così.»
«Lo so, ma non è facile.» Mi stavo confidando con un insegnate, per caso? Per caso ero diventata matta? O per caso era solo perché lui era così giovane e tremendamente bello che potevo davvero considerarlo un amico come aveva detto a lezione?
«Posso comprendere, ma vedrai che presto tutto si sistemerà.»
«Lo spero proprio.»
Ormai i corridoi erano vuoti, tutti gli studenti si erano dileguati nelle proprie stanze per prepararsi ad uscire o semplicemente per studiare, nel frattempo non mi stavo accorgendo che Dorothy era intento ad accompagnarmi fino alla mia camera. Stavamo salendo le scale dal primo al secondo piano nella Torre Sud.
«C'è qualche domanda che vorresti farmi?»
«No, direi di no.» Non ci pensai nemmeno, non ne avevo davvero.
«Non ci credo, dalla tua faccia sembra di si. Dai, una sola.»
«Qualsiasi tipo di domanda?»
«Si, qualsiasi tipo di domanda. Di certo non mi offendo!»
«Ah, ben. Beh...Mi stavo chiedendo... Scusi ma... Quanti anni ha lei?»
«Immaginavo che fosse una cosa del genere. Ne ho ventotto.»
«E già insegna?»
«Beh, si. Non è mica come nelle scuole, diciamo, normali. Qui è molto più semplice, anche se l'esame da superare per diventare professore è davvero difficile!»
«Però lei lo ha passato.»
«Se no non sarei qui.» Sorrise, io invece accennai una risata.
«Giustamente.»
Per fortuna il silenzio calò quando ormai eravamo davanti alla porta di camera mia, così sapevo come concludere il discorso.
«Ehm... Beh... Io alloggio qui.»
«Oh, perfetto. Allora a domani.»
«A domani.» Con un piccolo cenno di testa mi voltai per aprire la porta, il professore si allontanò ma io, come poco prima aveva fatto lui, lo fermai. «Ah, professore...»
Immediatamente si voltò, credo avesse capito che avevo ancora qualcosa da dirgli «Chiamami Dorothy.»
«Ah, ok. Allora... Dorothy...»
«Dimmi pure.» Si avvicinò di un passo.
«Grazie... Per la chiacchierata.»
«Di niente, quando vuoi sai dove trovarmi.»
«Ok...» Annuii ancora e quando vidi che lui, con lo stesso gesto, si allontanò, allora aprii la porta per richiudermela poi alle spalle. Mi ci appoggiai con la schiena e sorrisi, dovevo liberarmi di quel sorriso che stava intrappolato da troppo tempo.
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