martedì 15 febbraio 2011

Capitolo 1 - Un nuovo inizio.



* * *
Ho sempre pensato ad una vita perfetta, lo ammetto.
Non ho mai pensato di cambiare casa, di cambiare città, di cambiare addirittura nazione.
Non ho mai pensato che questo potesse succedere quando le mie radici erano già fondate saldamente sul terreno che mi aveva donato la vita.
E non ho nemmeno mai pensato che tutto ciò potesse succedere per una tale sciocchezza.
Fatto sta che fui obbligata a questo cambiamento.
Da lei.

«Tesoro sbrigati, siamo in ritardo!»
«Non capisco perché proprio me!»
«Perché ti hanno scelta!?»
«L'unica della famiglia?»
«Tuo fratello è ancora minorenne, staremo a vedere tra tre anni.»
«Ho capito, ma tu? Papà? Perché voi no? Cos'ho io di diverso per essere stata scelta?»
«In effetti non lo so, ma credimi, io ho sempre desiderato essere scelta. Ho continuato a sperare fino al giorno del mio diciannovesimo compleanno. Fino a quando ho capito che non mi avrebbero mai presa.»
«E te ne rattristi? Voglio semplicemente vivere la mia vita, è troppo difficile? Ho due genitori normali e io non lo sono. Non me lo spiego.»
«Già, nemmeno noi riusciamo a capire. Ma è meglio per te andare.»
«Uff, se proprio devo. Cavolo, almeno potevano usare il cervello e chiamare anche solo una mia amica.»
«I genitori delle tue amiche, lo sai, non ne fanno parte.»
«E allora perché io si??» Fino a quel momento ero stata calma, ma da lì iniziavo letteralmente a perdere la pazienza.
«Non lo so, lo chiederai poi a chi di dovere. Ora andiamo, l'aereo non aspetta noi.» Mi rispose scontrosa, segno che anche lei si stava alterando quanto me.
Ovviamente a lei non importava se stavamo totalmente cambiando vita. Per lei era facile, non aveva amici, non aveva più un marito e aveva perso la ragione già da un po'. Per tutti questi motivi le sembrava normale e giusto cambiare abitudini. Mio fratello era simile a lei, seppur avesse solo quindici anni aveva già bisogno di cambiare. Non era riuscito ad inserirsi nella scuola e questo aveva generato molteplici guai, entrambi pensavano che grazie alla mia chiamata sarebbero stati meglio. Si, loro. Nessuno però pensava a me, a quanto potesse essere difficile lasciare tutto dopo diciotto anni. Loro erano finalmente felici grazie a me e io, dentro quella felicità, non potevo far altro che morire.

Avevo sempre pensato che mai e poi mai sarei salita su un aereo, e invece eccomi lì. Pronta per l'imbarco, con due valige solo per me e tre borse a tracolla per tutti i regali e i ricordi delle mie amiche che avrei rivisto non so quando, forse mai più.
Lo stomaco mi si chiuse non appena chiamarono il nostro volo che se solo quella mattina avessi mangiato, beh, avrei rischiato di far perdere l'aereo con una bella ramanzina di mia mamma come conseguenza. Era meglio la ramanzina o sacrificarsi trattenendo l'ansia? Decisi che era meglio sacrificarsi, quindi non ci pensai due volte e li seguii fino ai nostri sedili. Già che c'ero, lasciai che prendessero posto così mi sedetti dalla parte del corridoio nell'evenienza di dover scappare in bagno. Non sapevo nemmeno come avrei reagito alle turbolenze.
«Calmati, il viaggio dura solo un'ora e mezza.» Cercò di tranquillizzarmi, ma non servì a molto.
«Certo, falla passare tu un'ora e mezza.» Sussurrai, forse più a me stessa che non a lei direttamente. A tal proposito, presi il mio mp3 dalla borsa di tutti i giorni, lo accesi e mi sistemai le cuffiette alzando il volume ad un livello medio in modo da non poter sentire nessuno senza rischiare di perdere l'udito.
Capii che dovevo allacciarmi le cinture solo quando vidi mia mamma, mio fratello e i passeggeri dentro al mio campo visivo che se le sistemavano attorno alla vita. Loro comunque erano tranquilli.
Sentii a distanza ravvicinata l'emozione, soprattutto di mia mamma, nel vedere il suolo staccarsi per la prima volta da noi. Non osai voltarmi, seppur la mia curiosità mi costringesse a guardare fuori dal finestrino, l'intero corpo era rigido e immobile sforzandosi di non cedere alla tentazione, di non muoversi fino al momento in cui tutto fosse finito.
Le canzoni passavano, e con loro le emozioni e i ricordi di quei momenti in cui ne erano state le colonne sonore. Ricordi di un'infanzia perfetta, ricordi di quando essere bambini era una gioia, un divertimento, ricordi di quando i problemi erano “Mi hai rubato la matita, con te non ci parlo più!”, ricordi di quando gli unici dolori erano le ginocchia sbucciate. Ricordi di un'adolescenza spezzata, forse rubata, in cui nessuno riusciva a capire dentro troppo impegnato a guardare fuori, ricordi di quando i problemi erano “Tu hai il fidanzato e io no!”, ricordi di quando i dolori si trasformavano in cuori apparentemente infranti ma anche ricordi di quando, dopotutto, era bello uscire con gli amici per divertirsi, era bello guardare la propria città con occhi sempre diversi, era bello accorgersi che pian piano si cresceva senza sapere cosa sarebbe potuto accadere poi.
Quel poi era arrivato, forse troppo in fretta. Mi si stava chiedendo di crescere ma io no, non ero ancora pronta. Mi si stava davvero chiedendo più di quanto potessi sopportare.
«Tesoro, hey tesoro leggi qua...» Picchiettava il dorso della mano sulla mia spalla, mi tolsi la cuffietta sinistra per farle capire che volevo ascoltarla, anche se non era nelle mie intenzioni. Mi voltai verso di lei con un -Ooh!- alquanto scocciato e mi accorsi che in mano aveva il dépliant della mia nuova scuola, per l'ennesima volta.
«Guarda, c'è scritto che oltre all'alloggio vi danno anche da mangiare. Voglio dire, le stanze sono solo per dormire, non c'è la cucina ma bensì una mensa generale.»
«Uuh, fantastico, non vedo l'ora! Mamma, ho sfogliato quel dépliant almeno un migliaio di volte, credo di sapere per lo meno bene come funziona lì dentro. Non ci sarà nemmeno bisogno dei tutor!»
«Beh, meglio arrivare preparati non credi?»
Lei era molto più entusiasta di me, aveva sempre desiderato entrare in quella scuola ma nessuno le aveva mai dato l'opportunità e ora che l'avevo io non perdeva tempo a farmi capire quanto ci tenesse che io mi comportassi bene. Non potevo deluderla, ammetto che qualche volta mi faceva andare fuori di testa, ma sapevo quanto ci teneva, quanto era dispiaciuta perché non l'avessero chiamata. Per questo avevo deciso, con mia grandissima forza di volontà, che quanto meno mi sarei sforzata di renderla orgogliosa.
Ma per il momento non volevo pensarci, ero immersa nella musica e questo mi bastava per dimenticarmi di tutto il resto.

Mi dimenticai anche che stavo viaggiando su un aereo. Me ne resi conto quando mia mamma, mio fratello e i passeggeri dentro al mio campo visivo tornarono ad allacciarsi le cinture per l'atterraggio, allora io li imitai pregando che l'aereo non facesse scherzi proprio alla fine.
Con mia grande sorpresa andò tutto bene. Continuando a far ronzare la musica nella mia testa schizzai in piedi appena tutti si alzarono convinta che sarei riuscita a scendere per prima da quell'aggeggio con le ali, ma qualcuno aveva più fretta di me. Mi passarono davanti persone ancora in bermuda e t-shirt nonostante fosse l'ultima settimana di settembre, persone in giacca e cravatta con valigette piene di chi sa quale ultima tendenza in fatto di tecnologia nonostante viaggiassimo in terza classe, e poi c'erano quelle persone come me, spaesate con le famiglie appresso, presupposi che me li sarei trovati in mensa insieme e che, senz'altro, avrebbero cercato di stringere amicizia con la ragazza impaurita dell'aereo. Peccato che ero già partita con l'intento di non stringere amicizia con nessuno, per nessun motivo al mondo!
Mamma era stata costretta a vendere la sua macchina, ammetto che mi pianse il cuore, per permettersi di pagare il viaggio e di trovare un appartamento in affitto per lei e mio fratello e per vivere quelle prime settimane aspettando di rifarsi uno stipendio vero e proprio. Io glielo avevo detto che non sarebbe stato facile, ma lei non voleva sentir ragione, ormai si era fissata!
Così ci ritrovammo in un taxi, totalmente spaesate, a chiedere di accompagnarci nella Allee Strasse.
«Mi auguro che quattro anni di tedesco ti siano serviti.» Risultò minaccioso, ma era semplicemente un tono di speranza.
«Allora forse è per questo che mi hanno chiamata, perché ho studiato tedesco!» Mi resi conto solo alla fine della frase di quanto fossi stata acida nei suoi confronti, se avessi potuto mi sarei buttata dal finestrino. Ma lei rispose per le rime.
«Avrebbero chiamato anche le tue amiche, allora.» Lei però non sapeva l'effetto che mi aveva fatto quella frase, il dolore era ancora troppo vivo.
Dall'aeroporto impiegammo mezz'ora per arrivare a destinazione, mezz'ora nella quale potemmo ammirare le migliori parti di Berlino. Immaginai allora che la nuova casa fosse leggermente in periferia, non che la cosa mi dispiacesse! Ho sempre preferito la periferia al centro città, ancor meglio se proprio la più lontana, i posti sono migliori, i paesaggi più colorati e la gente che ci abita è più socievole, tutto è più calmo e tranquillo.
Pensai di non aver mai visto una periferia più bella di quella.
«Mamma...» Le chiesi mentre il tassista prendeva le nostre valige. «...Ma non doveva essere un appartamento? Per di più scadente. In foto sembrava stesse cadendo a pezzi.»
«Beh, sorpresa! Alla fine ho trovato questa, l'affitto è un po' più alto ma credo che potremmo farcela. Piuttosto che vivere in un posto umido e sporco come quello.»
«Già, allora...Dov'è il nostro palazzo?» Mi guardai intorno, forse mi piaceva stare lì, ma non vedevo nemmeno l'ombra di un palazzo. Erano tutte villette.
«Non c'è il nostro palazzo. Venite...»
Seguimmo la mamma lungo il marciapiede dopo aver salutato il tassista fermandoci davanti ad una piccola villetta ad un piano, recintata da un cancello in metallo e incorniciata da alberi e cespugli. Era di un rosa salmone, i mattoni non erano stati intonacati e il tetto era a punta con le tegole di un rossiccio ramato, per di più c'era il camino! Le finestre erano piccole con un davanzale sporgente dove sicuramente ci si poteva sedere sopra per ammirare le giornate estive. Mamma l'avrebbe fatta diventare un incanto di casa.
Con il sorriso stampato in faccia, seppur non volessi ammetterlo nemmeno a me stessa, li seguii lungo il vialetto di ghiaia. C'era un piccolo particolare che ancora mi era sfuggito. Avanzai lentamente apposta per esplorare qualcosa di più accorgendomi solo allora che alla fine della strada da cui eravamo arrivati c'era una fontana che zampillava, la strada girava attorno ad essa e dietro, sullo sfondo di quella meraviglia, c'era una coltre di alberi forse cipressi che dava vita ad un vialetto non illuminato. Inquietava.
«Mamma, cosa c'è là?» Indicai con il dito la fontana, ma era chiaro che non volessi riferirmi ad essa.
«Là dove?» Guardò nella direzione da me indicata.
«Là, guarda, dietro la fontana. Cosa sono tutti quegli alberi?»
«Non ne ho idea. Sarà un parco. Ora entra, dobbiamo mettere a posto un sacco di cose!»
Odiavo “mettere a posto” ma ero obbligata a farlo, al parco, agli alberi o a quello che si nascondeva lì dietro ci avrei pensato poi.

Sembrava davvero di vivere in un appartamento, se non fossimo stati a conoscenza dell'unico piano terra, dell'immenso giardino che si nascondeva dietro la casa, della porta singola, dell'assenza delle scale e della presenza di quella maestosità di camino.
Non avevo mai avuto un camino in casa, pensai che doveva essere una bella cosa. Pensai che un giorno mi sarei ritrovata seduta lì davanti a leggere un libro, pensai a quando sarei tornata a casa per le vacanze di Natale e lo avrei trovato acceso per scaldare l'ambiente, provai ad immaginare anche l'odore che poteva avere la casa con il camino acceso. Davvero, forse iniziava a piacermi.
Cominciai ad esplorare la casa, accorgendomi con tantissima sorpresa che tutti gli arredamenti prenotati dalla mamma erano già arrivati, già stati montati e anche messi in funzione, soprattutto la cucina. Non ci aveva chiesto consigli, sapeva che non ce ne intendevamo per niente, ma ai miei occhi aveva fatto un ottimo lavoro. La casa aveva un'aria di antichità e a noi faceva impazzire l'arredamento in legno mogano.
«Come intendi pagare tutta questa roba?» Chiesi quando già eravamo a tavola per la cena. Quella sera cenammo con una pizza.
«A rate, cara. Non ti preoccupare, penso a tutto io. Tu concentrati sulla scuola.» Eccola, sentivo che si stava scaldando di nuovo per quel discorso, era pronta a riaffrontarlo ma io la placai sul nascere.
«Già, la scuola.» Sussurrai con un tono di amarezza, abbassando il viso sull'ultimo pezzo di pizza.
Potevo benissimo iniziare lunedì, come tutte le persone normali, e invece no, erano riusciti pure a farci avere un'indicazione, un avviso potete chiamarlo, nel quale ci veniva spiegato che il raccoglimento generale del mese di settembre sarebbe stato effettuato domenica 26 settembre alle ore otto. Non erano ammessi ritardi, per cui dovetti andare a dormire presto.
Passai la nottata a pensare a quello che poteva succedere il giorno dopo, se mai avrei potuto ritrovare amiche come quelle che avevo in Italia, se mai sarei potuta stare bene come quando ero in Italia. Cercai di immaginare tutto perfetto anche se nel più profondo di me sapevo che mai e poi mai niente sarebbe stato così come lo volevo.
***

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