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Dovetti alzarmi pressapoco alle sette nonostante fosse domenica. Di cosa mi volevo meravigliare poi? Era già tutto di per sé strano, alzarsi così presto anche di domenica non poteva essere peggio.Con mio stupore, tanto stupore, mi accorsi che alla fine quella notte ero riuscita a dormire un sonno profondo, senza incubi o sogni insensati. Da quella mattina però mi resi conto che nel mio sonno era mancata una persona che per diciotto lunghi anni mi aveva dato il bacio della buona notte e che aveva dormito nella camera accanto facendomi comunque stare tranquilla. Quella persona era mio padre.
Lui sapeva che quello che stavo vivendo non era ciò che era davvero giusto per me. Sapevo quanto desiderava che io non partissi, ma non poteva contrastare con le decisioni della mamma e soprattutto non poteva farlo con quelle di chi mi aveva scelta. Il mio destino ormai era stato scritto ed entrambi lo sapevamo benissimo.
Iniziai a credere che forse un lato positivo in tutto questo c'era. Non aspettatevi che vi dica che fossi contenta di parlare un'altra lingua o di conoscere amici nuovi (se mai avessi pensato di farlo davvero!). L'unica cosa che fino a quel momento mi era piaciuta almeno un po' era l'uniforme.
Lo avevo visto sempre e solo nei film americani e avevo desiderato tanto averne uno, non so per quale motivo, forse per provare qualcosa che non rientrasse negli stereotipi italiani. Fatto sta che mi venne la pelle d'oca quando accarezzai le gambe con i collant in soffice lana grigio scuro, quando infilai la gonna a frange lunga fino alle ginocchia e leggermente più chiara delle calze, quando mi allacciai la camicetta bianca e quando ci sistemai sopra il maglioncino giallo ocra con lo stemma della scuola ricamato sulla sinistra. Mi guardai allo specchio e mi chiesi cosa avrebbero pensato le mie amiche nel vedermi conciata così, all'occasione mi scattai una foto che avrei poi spedito loro non appena avessi avuto abbastanza soldi da mandare tanti MMS quanti erano i numeri di cellulare di quelle pazze. Mi chiesi se si sarebbero ricordate di me tra tre anni, dopo che quell'incubo sarebbe finito.
Mamma venne a chiamarmi quando ancora non erano le sette e mezza, o quasi.
«Non vorrai fare tardi il tuo primo giorno di scuola.» Disse ansimando, un po' per l'emozione e un po' per la fatica che metteva nel chiudere la valigia.
«Mamma, è domenica. Non c'è lezione. Devo solo trovare la mia stanza, mettere a posto le mie cose e cercare di socializzare con gli altri.»
«Già, ma se arriverai prima avrai più tempo per ambientarti! Vieni qui, fatti vedere.» Allargò le braccia come una sarta, io mi avvicinai e roteai su me stessa per farmi ammirare «Sei un incanto!» Già glieli vedevo gli occhi lucidi.
«Mamma, sto andando in una specie di collegio con un uniforme, non al ballo di fine anno vestita da Principessa Sissi!!»
«Lo so, lo so. È che sono così entusiasta di te.»
«Ma se non ho fatto nulla!»
«Ti sei meritata di entrare in quella scuola.»
«Mamma, non ricominciamo per favore. Ancora ci devo entrare, non illudiamoci ok?» Strano che le parlassi così, mi ero sempre fatta sottomettere in questo discorso a volte senza nemmeno rispondere, ma cominciavo ad esserne stanca quasi da voler scappare e tornare indietro, tornare a casa.
Finii di sistemarmi i boccoli in una coda alta, sulla testa, e lasciai che la frangia cadesse sul viso coprendomi parte dell'occhio destro. Quell'acconciatura si abbinava perfettamente all'abbigliamento che indossavo.
Uscii dalla mia camera e percorsi il lungo corridoio fino a sbucare in sala, non sarei mai riuscita a farci l'abitudine, era davvero grande. Sistemai la valigia accanto alla porta, ero sicura che nei giorni a seguire la mamma mi avrebbe portato tutto il resto che mancava.
«Tesoro, hai fame?» Mi porse un piatto pieno di biscotti, solo in quel momento mi accorsi dell'odore di tisana alla pesca. All'improvviso mi si chiuse lo stomaco, come se la vista di cibo mi fosse per la prima volta disgustosa.
Arricciai il naso e risposi un «No grazie, per ora sono a posto.»
Credo fosse per l'ansia, ma anche per l'emozione di vedermi lontana dalla mia famiglia. Non so come avrei fatto senza mia mamma al mio fianco, ma forse poteva essere un nuovo inizio, un qualcosa di nuovo per ricominciare a sperare in tutti quei progetti che mi avevano rapita da un momento all'altro.
Dopo aver constatato che mi fu impossibile mandare giù anche solo un piccolo morso di biscotto e dopo che anche mio fratello ebbe finito di prepararsi nell'unico bagno presente in casa, allora potemmo uscire e partire verso la scuola. Mi sistemai nel sedile del passeggero davanti nella nuova macchina con la cartina della Germania dell'Est.
«Oddio mamma, l'avevi vista questa?»
«Cos'è?» Allungò l'occhio mentre metteva in moto.
«Questa cartina ce l'hanno mandata all'indirizzo vecchio ma... Conduce da questa casa alla scuola.»
«Fa vedere!»
Le porsi il pezzo di carta per farle vedere ciò che stavo vedendo io. Sulla cartina era evidenziato in giallo il percorso per giungere alla scuola da casa, la nuova casa.
«E' come se... E' come se sapessero già che noi saremmo venuti a vivere qui.»
«Fantastico! Ho sempre pensato che quella donna fosse la migliore mai esistita!»
«Eh?» Cercai di alzare il sopracciglio destro, uscì una schifezza.
«Si, la conoscerai, tranquilla. È la tua Preside.»
«Pure!!»
Mi diede la cartina e io appoggiai la testa al sedile, guardando il paesaggio muoversi fuori dal finestrino.
Stranamente quella volta non ci perdemmo, forse avrebbero dovuto darci un po' più di percorsi segnati come quello. Evidentemente funzionava! Fatto sta che non me ne accorsi nemmeno, fui colta alla sprovvista quando davanti mi ritrovai un vero e proprio castello.
«Cos'è quello?»
«La tua nuova scuola!»
«Stai scherzando? In foto non era così!» A dire il vero, non avevo mai visto foto di quel castello da fuori.
«Ma se hai visto solo le foto dell'interno sul dépliant!»
«Appunto, da dentro non sembrava un castello! Potevano almeno scrivercelo. “State attenti quando arriverete, perché potrà venirvi una sincope da quanto è grande la vostra nuova scuola!!” So già che qui dentro mi perderò. Io torno a casa.»
«Non puoi. Muoviti, scendi.»
Non potevo davvero farcela, era immenso. Mamma parcheggiò l'auto vicino ad un enorme cancello forse in ottone, dietro di esso si celava un viale costeggiato da alti alberi. Da lì si potevano vedere solo le parti alte del castello adagiato maestosamente su un colle.
Scendemmo e subito ci fu di fianco un ometto alto quanto me, con una folta barba e uno strano cappello, indossava anche un paio di stivali neri con un'enorme fibbia sul lato, che ci aiutò a prendere la valigia. Non so dove la portò.
«Bene, il mio compito finisce qui.»
Sapevo già che sarebbe stato un trauma lasciarla andare. Annuii cercando di non far vedere quanto fossi turbata.
«Comunque per le vacanze di Natale tornerai a casa, manca poco dopotutto.»
«Si, manca poco...» Dentro di me imploravo che finisse presto, che questo lungo addio non durasse più di trenta secondi se no sarebbe davvero diventato molto più tragico di quanto già era.
Fu allora che ci abbracciammo e capii quanto fosse parte integrante della mia vita. Ma dovevo andare, dovevo crescere, stavo cambiando, sarei stata diversa da lei da quel momento e per tutti gli altri a venire. Sarebbe rimasta sempre mia mamma, la mia cara e dolce mamma, ma dentro di me tutto stava diventando diverso da lei, da mio padre e da mio fratello. La lasciai e le stampai un bacio sulla guancia, salutai anche mio fratello che baciai per la prima volta in quindici anni, dopotutto mi dispiaceva lasciarlo, mi dispiaceva che non avesse più qualcuno con cui prendersela, che non avesse più qualcuno a cui dire le sue battute o con cui fare quei giochi infantili nonostante la nostra adolescenza. Ma sapevo che li avrei rivisti, questo mi rincuorava.
Aspettarono fuori dalla macchina fino a quando non fui entrata nel vialetto dal cancello ritrovandomi davanti un gregge di ragazzi grandi quanto me. Oh, qualcuno con cui dividere quest'esperienza. Mi accodai dietro e con mia sorpresa fui circondata da altri ragazzi che arrivarono dopo di me. Iniziai a capire cosa stava succedendo solo dopo che fui avanzata di qualche passo, davanti a noi erano disposte in fila almeno una decina di carrozze (non come quelle delle principesse, ci mancherebbe!) trainate da cavalli bianchi. Al mio turno salii assieme ad altri cinque ragazzi, quando ci fummo sistemati allora partì. Non ero mai salita su una carrozza prima di allora.
Seguimmo il viale alberato fin sopra alla collina, un'intera collina dedicata solo ed esclusivamente a quella scuola. Ero affascinata. Ci fermammo nel piazzale ritrovandoci davanti ad un portone gigante, alzai la testa lungo tutta la Torre Sud.
«Si dice che in quella Torre non ci abbia mai alloggiato nessuno, a parte Sally.» Una ragazza dai capelli dorati accanto a me stringeva al petto un grosso libro, la sua testa era leggermente piegata verso il mio lato. Parlava italiano.
«Sally? Chi è Sally?» Le chiesi sussurrando, allo stesso modo in cui lei mi diede quell'informazione.
«Sally fu la prima alunna ad entrare in questa scuola, ma si dicono tante cose su di lei...»
«Tipo?» Mi aveva incuriosita davvero.
«Beh, ad esempio che era antipatica e se la prendeva con tutti quelli che arrivavano dopo di lei.»
«Mhm, che strano. Perché mai avrebbe dovuto?»
«Non lo so, nessuno lo ha mai saputo. Ma si dice anche che fosse davvero bella. La sua pelle era pallida e limpida, i suoi capelli lunghi setosi e biondi, gli occhi azzurri cristallini. Dicono che l'uniforme della scuola non è mai stato indossato così elegantemente come lo indossava lei.» Impossibile, pensai, nessuno può essere così perfetto come lo descriveva lei.
«E come mai nessun altro ha alloggiato in quella Torre?»
«Aah ragazzina, ma li leggi i libri tu? È scritto in qualsiasi libro riguardante Mond!»
«Mond?»
«Si, è il nome della scuola! E' tedesco, ma in italiano vuol dire luna.»
«Ah, sto coso ha pure un nome!» Cominciavo seriamente a convincermi che dovevo scappare da lì.
«Certo, che ti aspettavi? Tutte le scuole come questa hanno un nome!»
«Fantastico.» Sbuffai, poi mi ricordai che ancora non aveva risposto ad una domanda importante. «Allora, come mai nessuno ci ha più alloggiato?»
«Quella è la Torre che collega i corridoi dei dormitori femminili e maschili ed è anche la Torre più bella del castello. Siccome lei fu la prima vollero farle questo dono e la fecero alloggiare nella stanza all'ultimo piano, la vedi quella finestra con le inferiate?»
Alzai il viso guardando nella direzione indicata dal suo dito, il tetto a cono mostrava una piccola finestra sbarrata.
«Si, la vedo.»
«Ecco, è la stanza più grande e meglio arredata. Ma ovviamente è ad intervallo tra una stanza femminile e una maschile e si sa che i maschi davanti ad una tale bellezza sono dei veri cafoni.»
«Quindi cos'è successo?»
«Si dice che Sally si sia tolta la vita dopo due mesi che era qui, perché era stanca di tutti quei ragazzi che, diciamo, la perseguitavano.»
«Oddio poverina. Cosa le facevano?»
«Dai suoi diari viene riportato che molti cercavano di entrare nella sua stanza, che non potesse più essere tranquilla perché tutti le andavano dietro. Fino a farla arrivare al limite. I professori la trovarono distesa sul suo letto, forse si avvelenò. Fatto sta che iniziò a girare la voce che il suo spirito era rimasto in quella stanza, da quel momento fino ad oggi e forse per tutto il resto dell'esistenza di Mond nessuna ragazza ha più messo piede lì dentro.»
«Ci credo, mi sentirei leggermente a disagio a passare le giornate assieme ad un fantasma.»
«Non ci ho mai pensato, ma credo che farei fatica anche io. Comunque, piacere, mi chiamo Desirée.»
Mi porse la mano mentre stavamo entrando nel portone della Torre Sud insieme a tutto il gruppo dei nuovi arrivati.
«Monica, piacere mio.» Gliela strinsi, era piccola e vellutata.
Una al fianco dell'altra entrammo nella Sala Grande, si chiamava così perché era grande davvero. Voglio dire, il portone era quanto quello principale e l'interno si estendeva per tutta la lunghezza del corridoio soprastante. Davanti a noi si estendevano quattro tavolate lunghe fino ad un rialzamento di tre scalini con un altro tavolo posizionato trasversalmente agli altri tavoli, con un trono centrale e qualche altra sedia meno vistosa accanto, sia a destra che a sinistra. Lì avevano già preso posto tutti i professori.
Io e Desirée prendemmo posto in una panca centrale del terzo tavolo a partire da sinistra, accanto a due ragazzi che sembravano a loro agio, forse del secondo anno.
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