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Ci trovammo davanti alla porta di camera mia e dopo che la ebbi aperta invitai il professore ad accomodarsi.«E' bella.» Disse mentre la studiava con il naso all'insù.
«È casa.» Risposi di rimando.
Posai delicatamente Luna sul letto lasciando che si ambientasse e prendesse posto. Non perse un attimo e si accomodò sul cuscino. Si, era proprio comodo anche per lei.
«Cosa serve, esattamente, ad un gatto?» Chiese sedendosi ai piedi del letto, di fronte a me che mi ero appollaiata vicino alla gattina.
«Presumo... Una ciotola per l'acqua, una per il cibo e...Naturalmente...Del cibo.»
Non mi rispose, lo vidi concentrarsi seppur fosse ancora ad occhi aperti, dopo pochi istanti si materializzarono due ciotole rosse.
«Wow, grazie prof!»
«Poi le vorrà anche una cassetta per i suoi bisogni.» Annuii mentre lui materializzava una cassetta bianca. «E anche la sabbia.» Così materializzò anche un sacco pieno di sabbia per gatti. «Poi?»
«Mhm...Dei giochi...»
«Giusto.» Si concentrò di nuovo materializzando un topolino elettrico, una corda con una piuma viola attaccata, palline varie di colori vari, insomma il pavimento era un campo minato di giochi.
«Le servirà anche una cuccia dove dormire, non credi?»
«Oh si, ma non sono sicura che la userà.» Le tirai un'occhiata, si era acciambellata e sembrava non volesse saperne neanche un po' di tutte quelle cose che venivano materializzate solo per lei.
«Noi materializziamola lo stesso.» E così fece apparire un cuscino rosa proprio sotto la finestra, vicino al termo.
«Grazie, davvero.»
«Lo faccio volentieri. Se ti serve altro...» Credo che dopo ciò le sue parole divennero nebbia. Cercai di distogliere lo sguardo concentrandomi soprattutto su Luna, sulle sue fusa e fissando la mia mano che si muoveva sulla sua schiena accarezzando il suo pelo morbido. Fu la mossa più sbagliata che potessi fare. Dorothy si avvicinò e io, sbagliando come poco prima, mi voltai nuovamente senza aver il tempo di realizzare che il suo volto era a pochissimi centimetri dal mio. Ci immobilizzammo, sembrando così due statue di pietra. La nostra pelle all'improvviso si fece gelida ma potevo sentire perfettamente il suo respiro caldo scaldarmi le guance.
«Non dovremmo farlo.» Sussurrò lui.
«Ogni tanto le regole sono fatte per essere infante.» -Eh? Cosa? Monica stai delirando. No, è Dorothy a farmi delirare!-
Non aggiunse altro, si limitò ad avvicinare le sue labbra alle mie. Il bacio però non fu rapido e insensato come quello precedente. Quel bacio era caldo, si sentiva. Dorothy muoveva le labbra così dolcemente, così sensualmente che temevo di volerne ancora una volta che si fosse staccato.
La mia sensazione era esatta.
Dorothy si staccò solo un attimo e di poco appena per riprendere fiato, io cercai di riprendermi la sua bocca.
«Non fermarti.» Sussurrai mentre lui si avvicinava di nuovo. Poi sentii che iniziava a spostarsi, a sistemarsi. Si mise in ginocchio di fronte a me facendomi andare indietro con la schiena fino a scivolare sotto di lui, fino a ritrovarmi schiacciata da quel peso bollente che ardeva di passione. Passione solo per me. Luna si alzò e andò a trovare un altro posto in cui riposare.
Sentivo quel leggero movimento su tutto il mio corpo, sentivo che se avesse continuato ancora un po' sarei esplosa, sarei dovuta arrivare fino alla fine. Ma non avevo il coraggio di fermarlo, non riuscivo a fermarlo. Le parole volevano uscire in un vortice di rabbia, di paura, di gioia e di emozione ma era impossibile parlare. Le parole lasciavano spazio ai respiri ansimanti. I respiri ansimanti vincevano sulle parole.
Dalle labbra, Dorothy scese lungo il mio collo. L'arteria che sfiorò iniziò a pulsare, segno che che il cuore stava pompando il sangue ad una velocità smisurata. Sentii che sfiorava la pelle con la lingua, sentii che mi graffiò con i denti. Era un dolore sopportabile, un dolore che prima di allora non avevo mai provato, un dolore che mi sarei portata dietro per molto, moltissimo tempo.
Tutto quello strusciarsi e la sensazione che la pelle del mio collo potesse venir strappata provocarono in me una reazione, credo, comprensibile e alquanto immaginabile. Riuscii a liberare le braccia dalla stretta del suo petto che premeva contro il mio e le portai fino a sopra la mia testa, fino a riuscir a stringere gli angoli del cuscino. Più lui continuava, più temevo che le mie unghie si spezzassero da quanto la stretta si stava rafforzando.
Il mio petto ormai andava a fuoco, ormai tutto il corpo era acceso. Saremmo stati capaci di andare oltre, saremmo stati capaci di infrangere altre mille regole di Mond e dei vampiri. Ma Dorothy era un professore, sapeva a cosa stava andando in contro.
«Fermami, ti prego.» Sussurrò con ancora le labbra premute sul mio collo.
«Non posso, non ci riesco.» Sentivo la pelle tra i suoi denti, tirava, bruciava, ma era così immensamente bello.
«Fermami, rischio di farti del male.»
«Di qualsiasi cosa si tratti, sono disposta a rischiare.» Non sapevo nemmeno di cosa stesse parlando! Ma quel dolore era così attraente e così sbagliato che non potevo più farne a meno.
«No, non posso mi dispiace.» Di colpo si tirò su, lasciandomi distesa sul letto, tremante per la troppa emozione. «Faresti meglio a prepararti per il ricevimento.» Disse prima di uscire dalla camera e chiudersi la porta alle spalle. Mi lasciò così, senza uno straccio di spiegazione, senza farmi godere di quel momento fino in fondo.
C'erano, di nuovo, troppe domande a cui dovevo trovare una risposta. E questa volta sarebbe stato mille volte più difficile.
Se Ninfa avesse saputo di quello che era appena successo saremmo andati nei casini tutti e due, forse lui ancor più di me. Dovevo solo sperare che lei non ci chiedesse nulla e per far si che questo non accadesse, io e Dorothy non dovevamo darle sospetti.
Ma lui doveva saperlo subito.
Lasciai perdere i vestiti e il trucco e l'aspetto per il ricevimento, diedi una leggera carezza a Luna ed uscii percorrendo di corsa il tragitto tra camera mia e l'ufficio del professore.
Arrivata, bussai energicamente.
«Professore!!!» In giro non c'era nessuno che potesse sentirmi o avere dubbi sul mio comportamento sospetto, erano tutti impegnati a farsi belli.
«Professore, devo parlarle!!»
«Accomodati.» La sua voce era lontana ma alta, stava urlando.
«Permesso.» Dissi richiudendomi la porta alle spalle. Come aveva fatto lui nella mia camera, avanzai con il naso all'insù guardando ogni piccolo particolare. Le pareti erano libere da intonaci o vernici, i mattoni di un grigio scuro sporgevano in qua e là. La sua scrivania era posta alla sinistra della porta, era enorme e di un marrone cioccolato. Le poltrone sembravano troni con comodi cuscini rossi. Di fronte alla porta c'era la solita finestra ad arco con sotto un tavolino nero vernice e quattro sedie uguali, le avrebbe usate per gli ospiti? Sembrava una zona intima, oscurata dalle tende rosse che sfioravano il pavimento. Sulla destra della porta compariva una piccola porta -che quasi sicuramente sarebbe stata la sua stanza da letto- e accanto la parete era ricoperta da un'enorme scaffalatura con infiniti libri impolverati.
«Scusi professore, le piace l'età del Medioevo?» Gli davo le spalle, avevo già intravisto in che condizioni era sistemato.
Dorothy stava davanti alla porta della sua camera, la porta socchiusa. «Si, mi affascina da sempre.»
«Anche a me, sa?» Continuavo a guardarmi intorno cercando di evitare il contatto visivo con lui.
«Allora, puoi spiegarmi come mai sei venuta qui?» Sembrò scocciato di quella visita.
E quel tono mi bloccò. Non riuscii a guardarlo in faccia, non riuscii a dirgli nulla. Lui però aspettò, pazientemente.
Per poco.
«Quindi?» Fece una pausa sperando che tornassi a parlare. Era come se mi avessero immobilizzata, mummificata. «Ooh, sto parlando con te!» Mi strinse il polso scuotendomi e facendomi girare verso di lui.
«Ehm...Si, pensavo ad una cosa...» Mantenni lo sguardo da tutt'altra parte che non fosse lui o quel suo diamine di corpo scolpito alla perfezione.
«...A quello che è successo prima?»
«A dire il vero...Si...» Stavo per dirgli tutto quello a cui stavo pensando, ma lui mi interruppe un'altra volta.
«Senti, dimentichiamoci di quello che è successo ok? Io sono il tuo professore e tu la mia alunna, è così che deve andare chiaro? Ci siamo lasciati andare ma tornavamo dal periodo di luna piena. Ora che è finito per favore facciamo finire anche questa cosa.»
«A...A dire il vero io pensavo ad un'altra cosa. Cioè, è collegata con questo che ha detto lei ma...C'entra anche Ninfa. Insomma, lei non dovrebbe sapere che siamo stati insieme se no rischiamo. Lei di essere bandito come professore e io di essere espulsa dalla scuola. Non è quello che esattamente vogliamo no?»
«Direi proprio di no. Continua.»
«Ecco, dopo che lei è andato via mi è venuto in mente che non dobbiamo dare sospetti a Ninfa e, beh, per farlo...»
«...Non dovremmo più stare insieme. È quello che ti ho detto io.» Disse accentuando il tono della voce sulla fine della frase.
«Si, ma in quello che avevo da dire io c'entrava pure Ninfa.»
«Ma il concetto è lo stesso, non dobbiamo più frequentarci. A parte durante le lezioni.»
«Già, a parte le lezioni...» Il tono delle nostre voci si era fatto più tranquillo e anche un po' scherzoso. Dorothy era ad una buona distanza da me, voglio dire, non era troppo vicino come tutte le altre volte. Ma quella situazione, l'essere soli nel suo ufficio, lui appena uscito dalla sua camera e per di più, oh cielo, e per di più con addosso solo i pantaloni! Non era delle migliori dopo quanto successo in camera mia. All'improvviso poi... Perché cavolo mi aveva fatta accomodare senza infilarsi una maglietta? Insomma, avevo insistito molto prima che rispondesse, il tempo di vestirsi lo aveva oppure no? Si che lo aveva. Forse sapeva che ero io a bussare. Intelligenza, non è che esiste qualcun'altra con la voce uguale alla mia nella scuola. Quindi sapeva che ero io e aveva il tempo di vestirsi completamente. La conclusione sorge spontanea: il professor Dorothy provocava.
Prima di andare via per prepararmi finalmente a quel stra maledetto ricevimento però, dovevo fare una cosa. Intendo dire, se me ne fossi andata così avrei rimpianto tutto. Un'altra occasione del genere quando sarebbe ricapitata? Mi sentivo in obbligo di farlo, di farlo per me stessa, e dovevo farlo in fretta.
Approfittai perciò del fatto che Dorothy fosse ancora immerso nei suoi pensieri riguardo alla discussione appena avvenuta per chiudere gli occhi e prendere un respiro. Tutto accadde in meno di un secondo. Sempre ad occhi chiusi mi avventai contro di lui stringendo le braccia attorno al suo collo e alzandomi in punta di piedi per arrivare meglio a sentire il suo profumo. Lui strinse le braccia attorno alla mia vita, in quel momento mi sentii protetta. Dalla schiena passò le mani sul mio collo per intrecciare le dita tra i miei capelli, scostò così il mio viso dalla sua spalla per darmi un piccolo bacio sulle labbra. Automaticamente sorrisi, felice di sapere e di aver capito che quello che aveva appena detto non era del tutto la verità.
Lui sorrise e dai capelli scese accarezzandomi i fianchi, da lì afferrò le mie gambe per prendermi in braccio e portarmi nella sua camera. Sinceramente, e mi dispiace per voi lettori, non riuscii molto a capire in che modo fosse riordinato il suo piccolo covo privato, mi ritrovai subito sdraiata sul letto. Senza esitare, Dorothy mi tolse la felpa della divisa tirando fuori anche la camicetta dalla gonna che ormai copriva ben poco. Bottone dopo bottone slacciò anche la camicia bianca senza sfilarmela, accarezzò il mio seno e la pancia, il fianco e poi la coscia ritrovandosi al suo interno. Mentre mi accarezzava si piegò appoggiando il petto sul mio, baciandomi di nuovo, baciandomi con più passione. Premeva le sue anche contro la mia pelle e sembrava che i miei baci sul suo Simbolo ormai completato gli piacessero, e non poco! Stava raggiungendo l'orlo nascosto dei miei slip, quando sentii che la sua Mezza Luna si stava scaldando.
Dorothy di colpo si alzò con un leggero gemito di dolore (che, chi sa perché, a me piacque). Si sistemò i pantaloni e afferrò la camicia che aveva appeso alla sedia.
«Che succede?» Chiesi riallacciandomi la mia.
«Ninfa... Mi sta chiamando.»
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