lunedì 28 febbraio 2011

Capitolo 17 - C'è? No!



***
«Ragazze, noi ora dobbiamo...Tornare a scuola, purtroppo!» Martina fu la prima ad alzarsi.
«Ah, ok, beh...Avete i cartellini, potete tornare quando volete! Basta che ci siate quando apriranno le porte, se no non serviranno più a nulla.»
«Ci saremo! Non possiamo fare ritardo ad una cosa così importante!»
«Perfetto, a più tardi ragazze.»
Le salutammo e ripercorremmo la stessa strada al contrario per raggiungere la stazione e tornare a scuola.
«Che ore sono?» Le chiesi quando fummo davanti a Mond.
«Ehm... Le otto meno un quarto!»
«Perché ci abbiamo messo così tanto tempo dalla stazione a qui??»
«Perché abbiamo parlato e siamo andate lente, quindi ora dobbiamo sbrigarci!»
«Devi prendere i libri??»
«Ah non so, come vuoi andare a lezione senza roba?»
«Potevi portarteli dietro!!!» Aumentai il passo quando superammo il cancello, eravamo lungo il vialetto di pietre che attraversava il cortile.
«Tu l'hai fatto?»
«Si! Oddio ho una fame tremenda e sto morendo di sonno!»
«Seguo da te, ho troppo bisogno di mangiare!»
Corremmo fino al portone principale per poi calmarci e sistemarci prima di entrare nella Sala Grande.
«Comunque non pensavo ci volesse così tanto da qui al palazzetto, mezz'ora di treno! Forse è meglio lasciare la macchina lì dove sta.» Mi tolsi la borsa dalla spalla e mi sedetti al mio solito posto.
«No! Assolutamente no! Non possiamo fare sti salti mortali tutte le mattine e tutti i pomeriggi per le prossime due giornate. Materializza un'auto, per favore!!» Mi sussurrò mentre si sedeva accanto a me.
«Oddio non sono sicura di esserne in grado!»
«In caso contrario ci faremo venire qualche deliziosa idea per non prendere il treno!»

Per fortuna Martina aveva preso tutti i posti vuoti che mi trovavo di fianco in tutte le aule, quindi dividemmo i libri e anche l'angoscia delle prime due ore di Storia. Io passai il tempo a giocherellare con la cordicina nera del cartellino con il numero nascosto nella mia maglia, lei invece si divertiva a fare le orecchie a tutte le pagine che avevamo voltato.
Appena suonò la campana fummo le prime ad alzarci e ad uscire dalla classe per raggiungere quella di Profezia. Non avevo nemmeno più bisogno di esercitarmi con il professore, grazie al cielo! Martina però era più stimolante di lui. Non fraintendete! Se avessi continuato ad esercitarmi con Dorothy non avrei mai concluso niente perché troppo intenta a farmi distrarre dalla sua bellezza. Non che Martina fosse brutta, certo, ma era la-mia-ormai-migliore-amica e per giunta era femmina, non c'era niente che mi distraesse così avevo tutta la concentrazione su di me e sul futuro.
«Oh mio Diiiioooo!!!» Tenevo gli occhi chiusi, in tutta l'aula regnava il silenzio ma io non potevo stare zitta proprio in quel momento.
«Mony?»
«Marty non ti fermare... Vedo qualcosa! Continua a girare quel cavolo di dito su sta fronte dei miei stivali!!» Le ordinai non molto garbatamente quando sentii che stava spostando il dito, era letteralmente impaurita e forse lo era anche tutta la classe.
«Che cosa? Prof ho bisog...»
«Non ti azzardare ad avvicinarti!!!» Completamente ignara che altri trenta ragazzi fossero all'ascolto, imperterrita continuai «Marty ci siamo io e te...Non è un futuro molto lontano...Credo! Boh, sembriamo sedute una accanto all'altra ma le immagini attorno sono sbiadite, sono di un grigio quasi bianco e non sento rumori. Comunque siamo sedute e siamo insieme. Perché io ho le braccia tirate in avanti?»
«E io dove sono seduta?»
«Alla mia destra.»
«Ok Monica, puoi riaprire gli occhi.» Dorothy posò una mano sulla mia spalla facendo spostare Martina «E' tutto apposto, dovrai imparare a conviverci con certe cose, non c'è bisogno che ti spaventi.»
«Scusi ma è stata la prima, cosa dovevo fare? E poi cercavo di capire che situazione fosse!»
«Avrai modo di rifletterci e di vederne altre, sicuramente migliori di questa. Per oggi la lezione finisce qui, a domani ragazzi!» Disse proprio mentre suonava la campanella.
Io e Martina uscimmo di fretta dall'aula, avevamo di nuovo una fame da lupi.
«Non capisco, non hai visto nient'altro?»
«No, nulla. Io con le braccia in avanti, tu alla mia destra e il vuoto tutt'intorno.»
«Ma da che punto guardavi la scena?»
«Da dove ero io, cioè come se stesse accadendo tutto per davvero!» Ripensando meglio alla scena che avevo visto, un lampo improvviso mi colpì «E se...? Oddio si! Ci sono, adesso è tutto chiaro! Vieni con me.» Le presi il polso e la trascinai lungo il tratto di corridoio che già avevamo percorso, tornammo all'aula di Profezia dove Dorothy stava sistemando i libri e i fogli sulla sua cattedra.
«Prof! Ho bisogno di lei.»
«Dimmi pure. Anzi no, aspetta. Prima mi hai dato del tu, davanti a tutta la classe.»
«Si me ne sono resa conto, ma non è di questo che le devo parlare.»
«Ok, va bene, ma se vuoi puoi continuare a darmi del tu. E anche tu, Martina, se vuoi.»
Lei annuì perché io non le lasciai dire nulla «Ok, le daremo del tu. Ti daremo del tu! Abbiamo tutte e due bisogno del tuo aiuto!»
«Dimmi, qualsiasi cosa.»
«Dovresti materializzarci un'auto!»
«Cosa? E cosa te ne vorresti fare di un'auto?»
«Andarci in giro, forse?»
«Ok ma... Hai la patente?»
«Certo che ho la patente, non te lo avrei chiesto se no!»
«Va bene ma ti dispiacerà sapere che le auto sono tra quelle cose che non si possono materializzare!»
«SCHERZA??? Cioè, mi prendi in giro?»
«No, il capitolo su ciò che è proibito e impossibile materializzare ancora non lo avete fatto?»
«No! Oddio e adesso come facciamo?»
«Mi dispiace ragazze...Ma non posso proprio aiutarvi.»
«Uff...Va beh, grazie lo stesso.»
Uscimmo di nuovo dall'aula ma poi un altro improvviso lampo di genio mi trapassò in pieno, quindi tornammo indietro sperando che almeno questa volta sarebbe andata bene.
«E, beh, se lei potesse...Ehm...Se tu potresti, come dire, prestarci la tua per qualche giorno?» Sorrisi con gli occhi che lo imploravano.
Lui di colpo di voltò soprattutto verso di me con lo sguardo spiritato «Mai. Assolutamente mai.»
«Per favoooooore!!! E' importante per noi!»
«No, mi dispiace!»
«Ma prooooof ci serve una macchina!!» Mi avvicinai a lui unendo le mani al petto, per supplicarlo.
«E a cosa vi servirebbe questa auto di cui proprio non potete farne a meno?»
«Un concerto, si, dobbiamo andare ad un concerto e non sappiamo come fare. I treni costano troppo!» Martina si voltò guardandomi con il tipico sguardo inferocito di chi sta pensando -ma che cavolo hai detto????-
«No, scusate ma no. Alla mia auto ci tengo! E se vi succede qualcosa la responsabilità sarà mia!»
«Ma prof, per noi è importante!»
«Lo so, capisco, e mi dispiace non potervi aiutare.»
Io non avevo più parole nemmeno se me le avessero tirate fuori con le pinze, ma per fortuna la mia cara Martina aveva carattere quindi intervenne lei.
«Dorothy!! Ti stiamo chiedendo di prestarci l'auto, non di metterci dieci in pagella!! E' solo per due giorni, non per l'eternità! Non te la graffieremo, non te la sporcheremo e non la daremo in mani che non siano quelle di Monica!! Allora, ci eviti lo strazio dei treni oppure no??» Dopo che si fu liberata di ciò che aveva da dire, addolcì lo sguardo e gli fece gli occhioni da piccolo gattino perduto, che dovetti ammettere le uscì molto bene! E funzionò anche.
«D'accordo, troverai le chiavi sulla tua scrivania, ma sappiate che quando me la riporterete controllerò subito se ci sarà qualcosa di strano, ok?»
«Ok profe! Grazie mille!!» Martina salterellò sul posto e dopo che lo ebbi ringraziato anche io uscimmo da quella santissima classe, forse definitivamente per quella giornata.
«Ah, Monica.»
«Sii?» Mi voltai sulla soglia della porta.
«Puoi prenderla ogni volta che ne avrai bisogno.»
«Ah, ehm...Grazie...Dorothy!»
Mi fece l'occhiolino, io sorrisi e finalmente mi abbandonai alla mia dolce ora d'aria!

«Beh almeno abbiamo la macchina!!»
Stavamo entrando in camera dopo le due ore di materializzazione, in cui io ero riuscita a far comparire solo una stupida penna verde accanto al registro di Nadine e quella scema di Desirée invece era già riuscita a materializzare un vestito! Toh, io però avevo anche le scarpe e lei non ne era stata capace. Comunque sia, in quel momento il mio problema più grande era un altro.
«Si, abbiamo la macchina ma senza le chiavi non andiamo molto lontano!» Buttai la borsa sul letto e diedi un bacio a Luna che se ne stava raggomitolata sul mio cuscino.
«Ha detto che le avresti trovate in camera.» Martina intanto stava già togliendo i libri dallo zaino per riporli nella libreria che si era fatta dare da Ninfa.
«Si ma come ha fatto ad entrare in camera? Non ha le chiavi!»
«Siamo qui a posta per imparare a far passare gli oggetti attraverso le porte chiuse a chiave, sai?»
«Spiegami una cosa!!! Possiamo materializzare le chiavi di una macchina ma non possiamo materializzare una macchina?»
«Sostanzialmente si.» Si voltò solo un attimo per sorridermi.
«Che schifo!!! Heeey che cos'è quello?» Mi alzai in modo che Luna potesse stiracchiarsi e andai alla mia scrivania. «Non ci credo! Eccole!» Presi in mano una chiave con attaccato un portachiavi della BMW. «Stai scherzando??»
«Hey, io non ho detto niente!»
«No infatti non parlavo con te. Dico, guarda qua!» Andai da lei per mostrarle il portachiavi.
«Scherzi??? Vuole farci andare ad un concerto con una BMW??»
«A quanto pare!! Mi auguro solo che non sia una macchina gigante!!» Sinceramente ci rimasi un po' male, mi aspettavo di trovarmi una macchina piccola e leggera, ma dovevo capire che Dorothy non era decisamente il tipo per una macchina del genere. «Va beh, sempre meglio che prendere il treno. Allora, dobbiamo cambiarci!»
«Guarda che ti basta togliere la felpa della scuola.» Si, si, si, dovevo togliere solo la felpa della divisa. Quella mattina avevamo fatto tardi e non eravamo riuscite a cambiarci per la lezione, quindi le prime quattro ore le avevamo passate vestite con i nostri bei abiti da concerto, prima di andare a pranzo avevamo fatto una volata in camera per prendere la felpa con lo stemma di Mond e alla fine nessuno si era accorto che quella mattina eravamo in piedi dalle due!
«Ok, ora abbiamo tutto!» Dissi io quando ebbi finito di preparare anche la borsa.
«No. No aspetta. Manca qualcosa.» Martina si mise a gironzolare per la camera, cercando di capire cosa mancasse anche se, a parer mio, avevamo già tutto.
«Che cosa può mancare? Il numero lo abbiamo, i libri li abbiamo tolti e rimpiazzati con coperte e cibo a sufficienza per arrivare all'ora di cena, le felpe ce le siamo tolte, il trucco ce lo siamo sistemato. Che manca??»
«La cartina!!!»
«La cartina? La cartina di cosa?»
«Della strada che dobbiamo fare! Il treno sa dove deve andare, tu sai se girare a sinistra o a destra per raggiungere il palazzetto?»
«Ovviamente no.»
«Appunto! Materializzala!»
«Ma non so come! Mi hai vista oggi, ho materializzato una penna verde!! Non riuscirò mai a farlo con una cartina stradale!»
«Provaci!!»
«Uuuuuh va bene!!!» Corsi sul letto e chiusi gli occhi immaginandomi una cartina per farla comparire davanti a me. Le dita iniziarono a formicolarmi e quando fui sicura che fosse il momento giusto le schioccai.
«C'è?» Le chiesi per non riaprire gli occhi e perdere la concentrazione.
«No.»
Riprovai.
«C'è?»
«No.»
Riprovai di nuovo.
«Adesso c'è?»
«Noo.»
Riprovai ancora per l'ultima volta.
«C'èèè???»
«Nooo!!!»
«Che palle, basta, vado in biblioteca.» Presi la borsa e scesi per uscire dall'aula.
«Aspettami!!»
***

mercoledì 23 febbraio 2011

Capitolo 16 - Come due amiche da una vita.



***
«Mony, hey, dovresti svegliarti. È l'una!» La sua mano mi scuoteva la spalla ormai da un po', non volevo perdere altro tempo. Mi girai e sperai che non si accorgesse della faccia da zombie che avevo.
«Buongiorno! O buona notte, dovrei dire?» Sorrise spostandosi due passi indietro per farmi appoggiare i piedi per terra.
«Credo che sia meglio buona notte! Brr ma che freddo! È meglio se vado a vestirmi immediatamente, quanto tempo ho?»
«Se non vogliamo perdere il treno, direi tre quarti d'ora.»
«Ok, mi spiccio!» Feci per andare in bagno, ma mancava ancora una cosa quindi mi immobilizzai e mi girai guardando Martina leggermente perplessa «Come ci vestiamo??»
«Mettiti quello che avevi ieri! Non è ancora il concerto, però cavolo... Venerdì pomeriggio andiamo a fare compere!! Ora vai a vestirti se no facciamo tardi!» Mi prese le spalle, mi voltò e mi spinse fino al mio bagno.
«Ma ho solo centocinquanta eurooo!!! E devo essere bella quel giorno!» Mi spinse così forte che mi fece perdere l'equilibrio tanto da dovermi reggere al lavandino, lei comunque fece anche in tempo a chiudere la porta e a urlare «Muoviti!!»
Così fui costretta a vestirmi, ma non potevo mettermi la divisa della scuola (dopotutto era quello che avevo indossato il giorno prima) quindi tornai indietro e acchiappai il primo paio di jeans e la prima felpa che avevo sotto il naso.
Quando mancava un quarto d'ora alle due, uscimmo silenziosamente dalla scuola sperando che tutti dormissero.
«Giuro che se ci vede qualcuno mi taglio la testa da sola!!»
«Mar, perché devi essere così pessimista??»
«Non chiamarmi Mar!!!» Ormai eravamo fuori anche dal cancello.
«Perché no??»
«Perché mi chiamo Martina!! E se dici Mar potresti intendere qualsiasi altro nome!!»
«Tipo?»
«Tipo Mara, che non mi piace!»
«Già, è brutto! Va beh, solo Mara c'è!»
«No, c'è anche Marzia e questo, credimi, non lo sopporto!»
«Margherita?»
«E' carino, ma mi ricorda il fiore e quel fiore puzza!»
«E tu per fortuna non puzzi! Se no ti avrei già sbattuta fuori di camera!»
«Ti ringrazio! Poi c'è Maria... E sinceramente non ho assolutamente la faccia da Maria!»
«No, direi che non ce l'hai!»
«Ah e c'è anche Marina!!!»
«Bleeeeaaaah lo odio proprio quel nome!!»
«Appunto per questo tu. Non. Devi. Chiamarmi. Mar!!!»
«No no, non lo farò più!! Perché se la gente dovesse mai pensare che ti chiami Marina... Oddio, non voglio che ti scambino per una zoccola!! Tu non lo sei!!!»
«Direi proprio di no, chiamami Marty toh, Marty va bene!»
«Ok allora, Marty perché sei così pessimista??»
Si degnò solo di tirarmi un'occhiataccia cupa ma con un sorriso che diceva ''Così va meglio''.
Chi se lo sarebbe mai immaginato che mi sarei ritrovata a camminare in giro per Berlino alle due di notte? Certo, da sola non lo avrei mai fatto ma per fortuna c'era lei, la mia nuova amica, che mi faceva sentire al sicuro qualsiasi cosa fosse successa. Non ci accorgemmo nemmeno di come passarono in fretta dieci minuti a piedi, parlando e ridendo eravamo già alla stazione.
«Per fortuna in biblioteca hanno una stampante!» Dallo zaino prese due fogli e li porse all'omino dei biglietti, si chiama bigliettaio o sbaglio? Va beh, comunque questo tizio dopo le diede indietro due biglietti del treno che dovemmo pure pagare, giustamente.
«Scusa ma quando le hai stampate le prenotazioni?» Le chiesi mentre ci allontanavamo per raggiungere il nostro binario.
«Quando tu eri occupata a parlare con il professor Dorothy!»
«Heeey!! Non pensare male, te l'ho già detto, ho dovuto chiarire alcune cose.»
«Si lo so, il fatto del pompom dovrà rimanere tra te e lui e guarda caso, puff, anche tra me dato che pure io lo so! Vieni, dobbiamo obliterare il biglietto.»
«Era necessario che te lo dicessi, dovevo pur sfogarmi con qualcuno no? E quel qualcuno sei tu, solo tu! Dovresti andarne fiera, io ne sarei fiera se una mia amica raccontasse i suoi segreti solo a me, vuol dire che siamo davvero amiche e che si fida di me.» Le spiegai intenta a far entrare il biglietto dalla parte giusta.
«Ma infatti io ne sono fiera e non mi sono mai lamentata! Il binario cinque è... Di qua!» Svoltammo a sinistra per salire le scale ed uscire finalmente da quei sotterranei puzzolenti. «Ma siccome anche a me hai detto che la cosa dovrà rimanere tra noi tre, stavo aggiungendo questo piccolissimo particolare al discorso!»
«Sarà meglio, se no ti sbatto fuori dalla stanza e ti faccio dormire sullo zerbino!!» La guardai sorridendo.»
«Nooo sullo zerbino no ti prego, concedimi almeno il bagno! C'è la vasca cavolo!»
«Ok, allora ti farò dormire nel bagno con la vasca!»
«Ma solo se dirò a qualcuno di quella storia.»
«Ma siccome non lo farai, puoi continuare a dormire nel tuo bel letto morbido, comodo e caldo!»
«Sei un tesoro!»
Non sapevo nemmeno che i treni girassero anche di notte, eppure, alle due mi ritrovai seduta su quella comoda poltrona, con la testa appoggiata al finestrino ghiacciato, diretta al palazzetto per ritirare quel numero che mi sarei dovuta portare dietro per i prossimi tre giorni.
«Tu sai dove dobbiamo scendere, vero?» Era sempre stata la mia paura più grande, quella di perdere la fermata a cui dovevo scendere.
«Ceeerto che lo so... No, non ne ho la più pallida idea! Quando vediamo il palazzetto scendiamo, è lì davanti.»
«Uff meno male, svegliami se mi addormento! Non ho mai avuto un sonno del genere.» Sbadigliai, Martina annuì.

«Oooh dobbiamo scendere!»
Non me lo feci ripetere due volte, schizzai in piedi cercando di mantenere l'equilibrio e mi allacciai la giacca poi mi stropicciai gli occhi stando attenta a non rovinare il trucco.
«Sai una cosa?» Dissi mentre scendevo l'ultimo gradino.
«Cosa?»
«Me la sto letteralmente facendo addos... Oddiiiiiio!!!! Cioè noi dovremmo entrare lì dentro?? Loro dovranno entrare lì dentro? Noi e loro dovremmo entrare lì dentro? Insieme? Si, ora si che me la sto facendo addosso!!»
«Non urlare, che qui la gente dorme!»
«Beeeeh adesso non dormono più! Mar...Ty...Reggimi che io tra un po' svengo.»
«Ti massacro se lo fai!» Mi prese a braccetto e insieme, come due amiche da una vita, attraversammo la strada e raggiungemmo quella che ancora non era un fila.
«Parli tu vero?» Le sussurrai all'orecchio, ormai troppo vicine per non farci sentire.
«Ovviamente, per fortuna Ninfa ci ha donato la capacità di parlare tedesco alla perfezione.» Sussurrò a sua volta, poi si rivolse alle ragazze sedute per terra «Ciao!»
«Ciao!» Una ragazza dai capelli rossi tinti, gli occhi azzurri e il trucco nero simile al nostro si alzò sorridente dalla sua cuccia temporanea e ci porse la mano «Io sono Petra, voi?»
«Io Martina.» Perché lei era calma e io no??
«Piacere Martina, e tu?» Si voltò verso di me, sempre sorridendo.
«Monica.» Sorrisi più che altro per obbligarmi a trattenere le lacrime di gioia.
«Piacere mio, loro sono Charlotte, Julia, Margaret, Andrea e Emma. Finalmente arriva qualcuno a farci compagnia, sedetevi pure.»
Ci accomodammo a gambe incrociate sull'asfalto freddo di fronte a loro, entrambe ci sentivamo a disagio ma, forse, presto sarebbe scomparsa quella timidezza e quella paura di fare brutte figure.
Petra continuò a parlare «Quest'anno, non so se avete avuto modo di leggerlo in giro per tutti i siti europei...»
«No, abbiamo organizzato tutto nelle ultime due settimane, da quando abbiamo... Cioè, da quando lei ha ricevuto i biglietti!» Mi guardò cercando un segno di approvazione.
Petra spostò lo sguardo su di me, esterrefatta «Hai ricevuto i biglietti per questo concerto solo due settimane fa?»
«Ehm...Si. Il capo di mia mamma voleva portarci le figlie ma quelle svitate hanno cambiato idea all'ultimo, così gli ha dati a mamma e lei li ha portati a me. Io poi ho conosciuto Martina e le ho chiesto di venire insieme a me.»
«Wow. Non ho parole. Ci siamo mangiati tutti i biglietti dopo sei giorni! E hanno aperto le vedite... Tre mesi fa! Direi che siete state molto ma molto fortunate! Bene, torniamo a noi. Quindi non avete avuto modo di informarvi sul nuovo metodo di fare la fila.»
Insieme rispondemmo «No» scuotendo le nostre testoline.
«Perfetto, ve lo spiego subito.» Si mise a frugare nel suo zaino viola, contemporaneamente parlava «Abbiamo deciso, con le altre capo area e le principali degli altri fan club europei che in questo tour e possibilmente in tutti quelli a venire non dovranno più essere scritti i numeri sul dorso della mano... Ma dove cavolo sono?? Ah eccoli!» Ci porse due cartellini con, per ognuno, una cordicina nera.
«Che carini!» Erano praticamente dei foglietti bianchi con il loro simbolo, il numero, il loro nome, la data e il luogo del concerto e infine plastificati.
«Già, ci sono venuti bene. Dovrete tenere questi cartellini per fare la fila, voi avete il sette e l'otto così eviteremo che il pennarello si sbiadisca o vada via completamente. Soprattutto per chi, come noi, fa la fila da quattro giorni prima.»
«Beh ma comunque il numero sulla mano lo si poteva anche ripassare!» Non si smentiva proprio mai, ma dovevo darle ragione, dopotutto chi non ha un pennarello nero in casa?
«Si, si poteva fare. Ma questo è un metodo più carino e si eviterà di dare gli stessi numeri a due persone diverse, voglio dire, non possiamo ricordarci tutto!»
«Mi sembra giusto, ma quanti cartellini avete fatto?» Chiesi io, curiosa intanto che mi infilavo il mio numero al collo.
«Abbiamo deciso di arrivare ad un massimo di mille cartellini a concerto. Sicuro non li ho stampati tutti e mille io, mi hanno aiutata anche loro!»
E così andammo avanti a parlare, a parlare di loro, di noi, di come li avevamo conosciuti, di quanti concerti avessimo già visto (tra l'altro io ero la più innocente, ne avevo visto solo uno e mi era bastato a sentirmi male!) e poi cambiammo totalmente argomento quando ormai furono le sei e mezza.
***

venerdì 18 febbraio 2011

Capitolo 15 - Solo una bambina.



***

Non capivo per quale motivo quando giravo io per i corridoi non c'era nessuno. Non che la cosa mi desse fastidio, era tutto molto più tranquillo, ma mi sentivo come se fossi l'unica rimasta sul pianeta, come se tutti volessero evitarmi.
Passai davanti all'ufficio di Nadine, la porta era chiusa e mi chiesi dove potesse essere la professoressa in quel momento. In realtà volevo solo prendere del tempo per decidere se fare qualche passo avanti oppure voltarmi e tornare alla mia camera dall'Ala Nord. Ma no, sicuramente sarà stato in biblioteca o al massimo nella Sala Grande a fare da baby-sitter agli altri studenti. Quindi presi un lungo respiro e avanzai continuando a pregare che non uscisse proprio in quel momento. Allungai il passo quando fui davanti alla porta e mi infilai sotto l'arco della Torre Est, sul pianerottolo che collegava l'Ala Est a quella Sud e il piano terra al primo. Tirai un altro sospiro e tranquillamente salii le scale per raggiungere il settimo piano. Nessuno sa che ho la maledetta abitudine di guardare i gradini mentre li percorro e quindi...
«Ciao!»
«Wa!» Mi misi una mano sul petto, che tra l'altro iniziò a bruciare come un pazzo, e alzai il viso giusto per darmi la conferma che non avevo iniziato a sentire le voci anche se non c'era nessuno.
«Che ci fai qui?» Dorothy scese sul mio gradino posandomi una mano sul fianco.
«Ho accompagnato la mia compagna da Ninfa. E lei professore?»
«Stavo tornando alla mia stanza non avendoti trovata nella tua.»
«Mi è venuto a cercare?»
«Non dovevo? Perché mi stai dando del lei?»
«Perché lei, professore, è il mio professore!» No, no, no, le ripetizioni no! Questa era bruttissima e mi era uscita di bocca per colpa sua! Per colpa dell'effetto che lui aveva su di me.
«Vieni, ho bisogno di parlarti.» Mi strinse il braccio e mi tirò lungo i tre gradini che avevo appena percorso fino a ritrovarci davanti alla sua porta.
«No prof, non posso.» Cercai di divincolarmi per liberarmi dalla sua stretta, ma così facendo mi resi invulnerabile permettendo a Dorothy ti tirarmi al suo petto. Il suo viso era chino sul mio, sentivo il suo respiro caldo.
«Sei sicura che sia quello che vuoi veramente?» Non so come, non so perché, riusciva sempre a capire cosa volevo e in quel momento volevo entrare, volevo stare con lui, volevo sentirmi desiderata e viva e felice. Volevo emozionarmi.
Non mi fece rispondere, gli bastò il mio sorriso per fargli aprire la porta e richiuderla poi alle nostre spalle.
«Accomodati pure.»
Mi sedetti sulla poltrona a due posti che aveva nell'angolo degli ospiti, posizionata dietro il tavolino tondo con le quattro sedie. Era in pelle bordeaux e comodissima. Aspettai che finisse di sistemare i libri dalla scrivania agli scaffali per vederlo poi avvicinarsi a me, scivolai appoggiando la testa sul bracciolo e tirando su le gambe.
«Eh, oh, ferma! Le scarpe!»
«Eh, che hanno fatto?»
«Non sulla poltrona!»
«Scusa!» Me le tolsi buttandole per terra, poi appoggiai i piedi sull'altro bracciolo.
«Ahahaah ora mi hai dato del tu! Finalmente!» Spostandomi la gamba con la mano calda, si inginocchiò davanti a me gattonando poi per venirmi più vicino.
«Ora ci siamo solo noi.» Dissi sospirando.
«Ma che brava ragazzina che sei, non vuoi farti beccare eh.»
«Lei professore vuole perdere il posto?»
«Certo che no, ma odio quando mi dai del lei.» Si abbassò sul mio petto, sfiorando il mio collo con le labbra aggiunse «Dovremmo andare oltre se non vogliamo più questa formalità.»
Spalancai gli occhi, era una cosa che non potevo fare! Era il mio professore e una cosa di quel tipo era inammissibile. Andava contro ogni regola, forse addirittura andava contro la natura stessa!
«No, una cosa così no. Mi dispiace.» Mi alzai dal bracciolo, ma Dorothy stava fermo, mi aveva intrappolata tra le sue braccia.
«Ho sempre pensato che tu fossi già una donna, sai? Ma ora mi stai dando la conferma che, in fondo, sei solo una bambina.»
A queste parole ribollii di rabbia, non ero una bambina. Ero solo una ragazza, una studentessa che non voleva innamorarsi del suo professore. Una ragazza che davanti aveva una vita intera, che doveva aspettare il suo vero amore per fare il grande passo. Ma lui fece scattare la scintilla e dentro di me si accese la miccia.
«Io sarei una bambina? Ora vediamo chi è la bambina!» Lo spinsi per farlo sdraiare sul bracciolo di fronte a dove ero io, poi mi sistemai a cavalcioni sulle sue gambe slacciandogli la cintura e i pantaloni. Mentre glieli abbassavo di poco iniziai a baciargli il collo e alla fine cominciai a conoscere il suo corpo. Gli alzai la maglia e stampandogli piccoli e sensuali baci scesi dal petto alla pancia.
''Se mi fermo adesso sono una bambina per davvero!'' Non importava che fosse il mio professore, in quel momento ne valeva solo della mia dignità. E non è che era tanto messa bene, tanto valeva deteriorarla completamente?
Scesi ancora di più, fino all'inguine, gli sfioravo le gambe con le mani. Dorothy gemette ed ebbe un piccolo spasmo che mi fece provare piacere. Mi stavo però completamente dimenticando che quella era la cosa più sbagliata che avessi mai fatto in tutta la mia vita.
Ma per fortuna accorse lui in aiuto e in salvo.
«Hey, hey smettila.» Mi strinse le spalle facendomi alzare. «Ritiro quello che ho detto, non sei una bambina ok? Ma ti prego, non obbligarmi ad andare oltre.»
«Non eri tu che volevi farlo fino a poco fa?»
«Si, ma ho capito che non è proprio il caso.» Mi sedetti infilandomi le scarpe. Non avevo nulla di cui scusarmi, io, quindi mi sistemai la gonna e la maglia e controllai l'orologio. Ormai Martina sarebbe dovuta già essere in camera e chi sa cos'avrebbe pensato non vedendomi ritornare!
Prima di uscire mi voltai per un'ultima cosa «Finalmente ci sei arrivato.» Dopo di che sbattei la porta e pregai di non aver fatto ciò che avevo appena fatto. Avevo praticamente quasi urlato, avevo dato del ''tu'' al mio professore e avevo sbattuto la porta del suo ufficio, tutto questo senza accorgermi che il corridoio era ghermito di gente. Quatta quatta, richiusa su me stessa come un riccio e senza dare troppo nell'occhio, mi affrettai a raggiungere quanto meno il piano superiore, da lì avrei proseguito tranquillamente. Per quale cavolo di motivo la gente doveva riversarsi nei corridoi quando non era il momento? Sperai che nessuno si fosse accorto della scenata se no sarei andata nei casini, e non poco!
Cercai quanto meno di affrettarmi per non lasciare Martina da sola, se già era tornata, e per scrollarmi via dosso quella situazione il prima possibile.
«Oddiiiio per fortuna sei qui!!» Incontrai la mia compagna appena due passi più lontano dalla camera, aveva appena chiuso la porta.
«Che è successo?»
«C'è una cosa che devi assolutamente vedere.» Mi strinse il polso per incitarmi a muovermi.
Si sedette sul suo letto prendendo il pc portatile sulle gambe incrociate, io mi sistemai davanti a lei.
«Allora, che devo vedere?»
«Leggi.» Girò lo schermo e io mi avvicinai per leggere. Ci fu su per giù qualche secondo di silenzio, prima che scoppiassi «Ma non è possibile! E' assurdo! Chi l'ha scritta una cosa del genere?»
«Un certo...Mhm...» Rigirò lo schermo per controllare «...Jens de Buhr.»
«E chi cavolo è? Come fa a sapere certe cose? E perché le ha scritte sulla bacheca del sito??»
«Calmati! Chi se ne frega di quello che ha scritto, tanto non è successo!!»
Le feci un sorriso forzato e alzai le spalle.
«Perché, voglio dire, non è successo veramente no?»
«Ehm... E' successo veramente! Gli ho veramente detto ''Finalmente ci sei arrivato'' e ho anche veramente sbattuto la porta del suo ufficio. Il corridoio era pieno di gente e io non me ne sono accorta ti rendi conto? E adesso tutti sapranno che tra me e Dorothy è successo qualcosa!»
«E cos'è successo...Esattamente?»
«Ehm...Si...Stavo per fargli un po...Un po po!! Capito?»
«Aaah un pompom!! Tipo quelli che usano le cheerleader!»
«Proprio!!» Mi fece ridere. Nessuno ci sarebbe riuscito in una situazione del genere, lei invece si!
«Oh mio Diooo!! Tu stavi per fare un pompom ad un professore!!»
«Amica mia,» le posai la mano sulla spalla «Domani capirai il perché. Per ora, voglio solo dimenticare lui, il suo ufficio, la scenata, il messaggio di sto Jens-non-so-il-cognome e anche il quasi-pompom!»
«Si, è meglio che non ci pensi più se no ti verrà un esaurimento nervoso e non deve essere bello vivere con una diciottenne che ha un esaurimento nervoso, sai?»
«Mhm, non mi è mai capitato ma comunque è meglio se non me lo faccio venire! Il prossimo esaurimento che avrò sarà quando mi ritroverò ad affrontare l'arrivare di quel giorno!»
«Oddio dobbiamo organizzarci! Mancano solo due settimane!!»
«Premetto: ho la patente ma non ho la macchina!»
«Esistono i treni apposta sai?» Si alzò per sedersi poi alla scrivania che Ninfa aveva sistemato ai piedi del suo letto, io la seguii poggiandomi con i gomiti alla spalliera della sua sedia per vedere cos'aveva in mente.
«E come facciamo?»
«Quanti soldi hai con te?»
«Ho ancora quelli che mi ha dato mio padre prima che partissi, quelli che mi ha lasciato mia mamma al Ricevimento e qualche risparmio dall'Italia. Credo...Mhm...Sui 150 euro!»
«Ce li faremo bastare! Intendo dire, per te eh. Io ho i miei! Che più o meno sono quanto i tuoi.»
«Ok, premetto un'altra cosa: io di concerti non me ne intendo molto. Sono stata a tre concerti in tutta la mia vita e tutte le volte sono arrivata in ritardo quindi ho dovuto superare non so quanta gente per essere in una posizione quanto meno decente.»
«Non ti preoccupare, sono del mestiere ormai! Pensavo, per essere tra le prime file dovremmo prendere i numeri almeno tre o quattro giorni prima. Adesso ci infiltriamo nell'organizzazione tedesca.»
«Per fare?» Era bello perché lei sapeva davvero cosa fare, io ero una tale frana in organizzazioni e tutte le altre cose che c'erano da fare! Lei sapeva dove andare a guardare per far si che tutto fosse perfetto.
«Per vedere a che ora... Eccolo qui! Leggi, c'è scritto che le capo area arriveranno alle dieci di sera di mercoledì dieci.»
«Potremmo arrivare alla stessa ora o poco dopo, prendere i numeri e tornare a scuola.»
«No no, lo capirebbero subito che siamo andate lì apposta. Direi che si potrebbe partire giovedì mattina, farci dare i numeri, fare almeno una o due ore di presenza e poi tornare a scuola.»
«Ma le lezioni iniziano alle otto!!»
«Appunto, se noi prendiamo il treno delle due, arriveremo là per le due e mezza, tanto la stazione è proprio davanti al palazzetto. Stiamo in fila fino alle sei e mezza e poi alle sette prendiamo il treno per tornare a scuola.»
«Tutte questo di svolgerebbe... Di notte?»
«Li vuoi vedere o no?»
«Cazzarola si ma... Oddio non ce la farò mai!»
«Si può dormire anche in fila!»
«Ok, per la prima notte ci può anche stare, ma gli altri due giorni? Non vorrai mica farci fare avanti e indietro per tre giornate, non voglio minimamente pensare a quanto costeranno tutti quei biglietti per il viaggio... O i viaggi!»
«Prova a materializzare una macchina allora!»
«Facciamo prima a guardarcelo con il binocolo il concerto, se dobbiamo aspettare che io materializzi un'auto!»
«Provaci, ti prego!»
«Ok, però per sicurezza tu prenota i biglietti per le due e quelli delle sette. Ho due settimane per farlo, se Dio vuole andremo al concerto in macchina!»

***

giovedì 17 febbraio 2011

Capitolo 14 - Una nuova amica.



***
Le feci vedere tutta la scuola, anche se già la conosceva grazie al sito internet. Quindi non ci volle molto per arrivare alla camera.
«E questo?» Luna corse a darle il benvenuto strusciandosi attorno alle sue gambe.
«Lei è Luna, la mia...La nostra coinquilina.»
«Non sapevo si potessero tenere animali!»
«In teoria non si potrebbe, ma si era persa e Ninfa mi ha dato il permesso di prendermi cura di lei.»
«Che bello! Wow, la stanza è magnif...Oddiiiiio!!!!» Corse al di là del mio letto, accanto alla porta del bagno, per sfiorare i poster che avevo attaccato al muro.
«Non mi dire!!! Li conosci??» Le chiesi io, stupita.
«Li conosco? Cioè, scherzi? Loro sono loro. I miei cantanti preferiti, il mio tutto!!»
Unii le mani al petto alzando gli occhi chiusi al cielo «Dio ti ringrazio per avermi mandato una ragazza intelligente.»
«Abbiamo qualcosa di cui parlare.»
«Direi di si.»
Dopo che Martina ebbe sistemato le sue cose nell'armadio e nel bagno, la invitai a sedersi sul mio letto. Una di fronte all'altra a gambe incrociate iniziammo a parlare, i nostri toni erano calmi e pacati e le espressioni sui nostri giovani visi erano costantemente sorridenti.
«Allora dimmi, da dove vieni?»
«Da Firenze. Che non s'era sentito?»
«Eccome se si era sentito, soprattutto per me che sono abituata alla ''s'' bolognese.»
«Quindi sei di Bologna. Beh, si ritorna in Italia insieme...Quando sarà il momento.»
«Ottima idea. Beh, hai diciotto anni anche tu...»
«Alt. No. Ne ho ancora diciassette. I diciotto li faccio l'11 di novembre.»
«Ah. È vero, questo era l'ultimo Ricevimento degli Studenti. Beh, così ti faccio gli auguri puntuali.»
«Assolutamente.»
«Beh allora... Ti chiami Martina, vieni da Firenze, sei una loro fan e hai quasi diciotto anni. Fidanzata?»
«Direi di no, meglio così eh!!»
«Come meglio così?» Sorrisi un po' perplessa.
«Ma si, alla fine sono ancora giovane... Ne ho di tempo per trovare un fidanzato!»
«Ah si, su questo hai proprio ragione!»
«Quindi tu lo hai il fidanzato?»
«Devo dedurre che sul blog non hanno scritto nulla in merito?»
«No, non c'è scritto se sei fidanzata o no. Perché, è una cosa che non si dovrebbe sapere?»
«Mhm, si dovrebbe sapere se ho il fidanzato o no e non ce l'ho!! Ma non si dovrebbe sapere quello che sta succedendo in questo periodo...»
«E cosa sta succedendo in questo periodo?» Dovevo dirglielo, dovevo confidarmi con qualcuno e l'unico qualcuno che conoscevo era lei. Ormai avevo capito com'era fatta, ormai avevo capito che sarebbe stata un'ottima amica, avevo capito che avrebbe anche potuto occupare il posto che Alice (volente o nolente) aveva lasciato vuoto e che tutto ciò che le avrei detto non lo sarebbe andato a raccontare in giro.
«Beh, tu i professori ancora non li conosci no?»
«Eh no, cioè avuto modo di vederli prima...Ma non so come si chiamano o che cosa insegnano.»
«Ok, allora domani capirai perché adesso ti sto dicendo queste cose. C'è il professore di Profezia...Sai cos'è Profezia si?» Si scema, a lei i genitori glielo hanno spiegato!
«Si si, è tipo la capacità di prevedere il futuro. Ma che c'entra?»
«E' proprio quella... C'entra che all'inizio, Dorothy, si chiama così il prof, ci ha detto che lui sarà nostro amico e che spera che potremmo diventarlo anche noi. Detta così suona malissimo, ma io e Dorothy siamo davvero diventati amici.»
«Noooo e come??? Raccontami tutto!!» Si sistemò meglio a gambe incrociate stringendo tra le braccia il mio cuscino giallo.
«E' successo che, sempre alla prima lezione, mi ha fatta presentare davanti a tutta la classe e dopo lo ha fatto anche con gli altri nuovi, solo che subito siamo entrati nell'argomento io-non-ho-i-genitori-di-Mond, o almeno, lui è entrato in quell'argomento e dopo le due ore mi ha chiesto scusa e insomma abbiamo parlato. Poi ha iniziato ad accompagnarmi alla camera, che all'inizio non era questa ma era al terzo piano insieme a Kelly, come già saprai.»
«Si si, lo so già. Tutto questo non c'è scritto sul blog.»
«E per fortuna! Lo sappiamo solo io e lui e... Forse Ninfa... Ma questi sono i problemi che vengono dopo. Saprai anche che ho avuto da discutere con Kelly nell'ufficio di Ninfa, questa storia l'hanno scritta?»
«Hanno scritto solo che tu avevi lasciato un messaggio a Kelly sul prof perché lei ti aveva rotto la foto e fidati, hai tutta la mia stima per quello che hai scritto!! Sicuramente lei se lo voleva fare solo per prendere buoni voti!!»
«Il punto è questo: me lo sono fatto io e non lei.»
«COOOOOSA???» Schizzò in ginocchio con gli occhi fuori dalle orbite.
«Ehm... Si! Non è che abbiamo fatto...Ehm...Quello...Ma ci siamo baciati e lui mi ha fatto questo.» Spostai i capelli mostrandole la macchiolina rossa.
«Oh mio Dio!! Monicaaa!!! Quello è un succhiotto!! Ed è pure gigante!!»
«Già, e sai quando ce ne siamo accorti? Io e lui...» Martina scosse la testa, capii dal suo sguardo che quella era la sua unica risposta, non avrebbe parlato fino alla mia risposta «Ieri pomeriggio. Nell'ufficio di Ninfa. Durante il Ricevimento. Davanti a mia mamma. E a tutti i professori.»
«Oddio vuoi prendermi in giro??»
«Eh no, è tutta la verità! Tu non puoi nemmeno immaginare lo sguardo che ha fatto quando lo ha visto!!»
«Ma com'è successo?»
«Allora, praticamente c'era Ninfa alla sua scrivania e tutt'intorno gli altri professori e io e mia mamma eravamo sedute davanti a loro. Ninfa stava parlando poi io tipo rispondendo mi sono spostata i capelli ma dall'altro lato quindi ho messo in mostra questo tesorino rosso. Dorothy ha fatto tipo questa faccia» Spalancai occhi e bocca cercando di imitare alla meno peggio lo sguardo che aveva fatto lui poi ripresi a parlare «E ha iniziato a scuotere la testa come a dire ''Cavolo, spostati quei capelli lerci, unti e consunti che ti ritrovi! Per l'amor del cielo, il posto di professore lo voglio ancora, non voglio finire in mezzo alla strada per colpa tua e di quel succhiotto di bip!!!'' Il problema è che io sono talmente idiota che non capivo cosa mi stesse dicendo, quindi i capelli li ho tenuti lì fino a quando non salta su Ninfa ''Monica, cos'hai sul collo?'' e io tranquilla ''Niente''!!»
«Ti prego continua, è bello sentirti parlare ma... Oddiiiio mi immagino il professore!!!»
«No guarda, meglio che non lo fai!! Va beh, comunque poi Ninfa ha materializzato uno specchietto bellissimo che prima o poi le devo fregare!! Mi sono guardata e... Silenzio. ''Ah, ehm, deve essere stata Luna!'' certo che scusa peggiore di questa non potevo trovarla!!»
«Se Luna fosse stata una tigre, forse....»
«Ahah dici che mi avrebbe creduta?»
«No, però va bene lo stesso!»
«Va beh, alla fine non ha chiesto altro. Il problema è che mamma ha capito tutto.»
«E che ha detto? Scusa se te lo dico, ma se fosse successo a mia figlia non so che le avrei fatto!»
«Noo, mamma non è cattiva. Ha detto pure che il prof è bello!! Ma che devo stare attenta e fermare questa cosa sul nascere anche se penso che ormai sia già nata.»
«Oh beh, non credo che tu sia così stupida da farla crescere.»
«No, direi che non voglio proprio che succeda una cosa del genere! Va boh, cambiamo discorso...» Restai immobile a fissarla per qualche secondo mentre anche lei cercava qualche altro argomento su cui parlare aspettando che Ninfa chiamasse Martina. La guardai cercando di studiarla, cercando di capire se era proprio lei la persona giusta per fare una cosa del genere.
«Perché mi guardi così?» Alzò le sopracciglia, intimorita.
«No scusa, scommetto che il mio sguardo fosse inquietante. Ma mi stavo chiedendo se...» Scesi dal letto inginocchiandomi davanti al comodino, aprii il cassetto e ne estrassi i due biglietti.
«Se?»
Mi rialzai e tornai a sedermi di fronte a lei «...Mi stavo chiedendo se per caso, non sia tu la persona giusta per una cosa simile. Proviamo.» Le porsi un biglietto e vidi che esitava, allora la incoraggiai «Prendilo.»
«E' quello che penso che sia?» Mi chiese portandosi il cartoncino giallo davanti al viso.
«Se è la stessa cosa che penso io, si è quello che pensi tu!»
«Oh. Mio. Dio!!!!!» All'improvviso mi abbracciò e io lo ricambiai, ma la sua domanda mi lasciò senza parole «Di chi è? Voglio dire, uno sarà sicuramente tuo ma se ne hai due, qualcuno dovrà venire con te!»
«Marty hai bevuto?! Questo è per te!!!»
«Per...? Oddiiiiooooo!!!!» Mi abbracciò di nuovo ridendo di felicità.
«Sei la prima persona che vuole essere mia amica, sei la prima persona che incontro qui con i miei stessi gusti! Chi pensavi che chiamassi a venire insieme a me??»
«Dio grazie, grazie, grazie!!!!»
«Non devi ringraziarmi, sono felice di averlo dato a te e sono sicura che sarà una serata indimenticabile!! Consideralo un po' come il mio regalo per tuo compleanno, guarda, è proprio due giorni dopo!»
«Oddio è vero, è il 13!! Grazieee!!» Poi all'improvviso si fermò e fece quasi una smorfia di dolore «Ahu!! Ma che cavolo è??» Si massaggiò la parte sinistra del petto.
«Ti brucia il Simbolo?»
«Si, un casino!!»
«Ci farai l'abitudine, ormai io non lo sento più. È Ninfa che ti sta chiamando per il colloquio, chiamiamolo così.»
«Oh mamma, ho paurissima!! E non so nemmeno dov'è l'ufficio!»
«Tranquilla, ti spiega solo come funziona qui, ci vorrà un quarto d'ora o poco più. Ti accompagno.»
Lasciammo i biglietti sul letto e chiusi la porta a chiave. Non parlammo più lungo i corridoi, io ero troppo intenta a pregare Dio di non farmi incontrare Dorothy anche se il mio stomaco diceva tutto l'incontrario e Martina, oddio Martina non lo so a cosa stesse pensando! Forse era in ansia per quello che le avrebbe detto Ninfa. Era del tutto comprensibile, dopotutto.
«Ecco, l'ufficio è qui. Ti aspetto fuori, ok?»
«No tranquilla, vai pure in camera. Luna miagolava quando siamo uscite e io so ritrovare la strada di casa.»
«Sicura?»
«Vai!!» Mi sorrise ed entrò, restai lì davanti fino a quando chiuse la porta poi mi girai e lentamente mi avviai a tornare in camera.
***

Capitolo 13 - I biglietti.


***

Ormai Ninfa mi aveva spaventata a morte per aver scoperto il succhiotto di Dorothy, che non ero nemmeno stata capace di nascondere. Avevo trovato la stupida scusa che Luna, essendo spaventata, mi aveva graffiata. Ma Ninfa non è stupida. Ninfa sa come sono fatti i graffi. Ninfa ha molti più anni di me e non si farà mai, e dico mai, mettere i piedi in testa da una bambina come me! Ma per il momento potevo anche abbandonare quel pensiero, lì di fianco a me c'era ancora la mamma e non potevo deluderla. Non potevo proprio.
«Bene, tu sai che questa alla fine è una scuola come tutte le altre e che come tutte le altre scuole anche Mond ha le sue regole. Una di queste è l'obbligo di frequenza delle lezioni. Certo, se uno sta male non può rischiare venendo a lezione, sarebbe meglio riposarsi. Ma se si devono saltare le lezioni per dei capricci, beh tu stessa sai che non è il caso.»
«Direi!!» Esclamai senza mezzi termini.
«Perfetto, detto questo, credo che ormai tu sappia che superato un certo numero di ore non ti sarà più possibile passare all'anno successivo.»
«E quante ore dovrei perdere per non passare?»
«Hai cinque materie e quindi sono cinquanta ore. Vuol dire che, facciamo un esempio, se in Storia hai undici ore di assenza e nelle altre materie meno di dieci, comunque, a prescindere non passerai al secondo. Tutto chiaro?»
«Chiarissimo! Ma mi sembra che per ora ho solamente due ore per materia.»
«Quattro per Storia.» Saltò su Gherard, il bastardo!!
«Beh comunque non sono ancora molte, ma per stare sicure è meglio ricordarlo. Bene, direi che il Ricevimento si è concluso. È stato un piacere conoscerla!» Disse Ninfa stringendo la mano a mamma e sorridendole con tutte l'entusiasmo che aveva.
«Anche per me lo è stato.» A mamma tremava la voce e le brillavano gli occhi, segno che era felice, emozionata, entusiasta e orgogliosa.
«Molto bene, ci vediamo questa sera per la cena.»
Dopo averci congedate, si sedette alla sua scrivania e chiese a Dorothy di accompagnarci alla porta mentre lei chiamava il prossimo alunno.
«Mamma, potresti aspettarmi un attimo? Devo chiedere una cosa al professore.»
«Si, certo.» Mi dispiacque lasciarla andare così, si sarebbe sentita sola, ma era una cosa che dovevo chiedergli senza nessuno intorno. E dovevo chiedergliela subito.
«Che c'è? Non è il momento.» Sussurrò abbassando il viso verso il mio.
«Lo so, ma è importante. Credi che Ninfa si sia accorta del...Beh...Del succhiotto?» Chiesi, altrettanto piano ma preoccupata.
«Non lo so, Ninfa non è stupida e quello non assomiglia per niente ad un graffio. Ma lei può anche pensare che a fartelo sia stato un altro ragazzo. Sarebbe bene che lei pensasse questo.»
«Già...» Risposi abbassando gli occhi, sentendomi tremendamente in colpa.
«Va beh, ne parliamo meglio domani.» Mi fece l'occhiolino e rientrò socchiudendo la porta.
«Allora?» Chiese mia mamma quando la raggiunsi per tornare alla Sala Grande.
«Tutto ok.» Sentivo le guance bruciare il petto era rovente, non volevo mentirle cavolo, ma non avevo scelta.
«Era una cosa di lezione, che dovevi chiedergli?»
«Si... Si una cosa che ieri non ho capito bene, ma ha detto che me la spiega dom... Ehm... Lunedì a lezione!»
«D'accordo tesoro. Sai, sono davvero fiera di te. I tuoi professori hanno parlato molto bene, senza togliere che sono tutti molto simpatici! È un peccato che io non abbia frequentato questa scuola.»
«Già, ma alla fine non è tanto diversa dalle altre.» La feci accomodare sulla panca del tavolo, dove mi sedevo sempre io, e la invitai ad assaggiare un muffin ai frutti di bosco.
«Beh, se togli il fatto che stai imparando a fare cose soprannaturali, allora no, non è tanto diversa dalle altre.» Disse addentando un lato del muffin.

Dopo aver mangiato almeno cinque muffin a testa, decisi che era meglio farle vedere tutta la scuola. Mancavano ancora tre ore alla cena, quindi avevamo tutto il tempo a disposizione. La portai di fronte ad ogni porta spiegandole e descrivendole qualsiasi cosa ci si nascondesse dietro. Ovviamente dovetti tralasciare le camere degli studenti, tranne una che non era la mia. Oppure, che lo era stata!
«Tu prima alloggiavi qui?» Chiese mamma curiosa.
«Si, ci sono stata per due giorni. Poi però ho avuto da discutere con la mia compagna e Ninfa ha dovuto trasferirmi all'ultimo piano.»
«Cos'è successo tra di voi? Intendo, tra te e la tua compagna.»
«Beh, lei non sopportava il fatto che io tenessi delle foto sul comodino. Le dava fastidio che fossi in stanza con lei, per me semplicemente... Torniamo giù? Ti faccio vedere il cortile.»
«D'accordo.»
Così ci spostammo dalla camera di Kelly, per raggiungere le scale. Ripresi il mio racconto moderando la voce per non essere sentita da quei pochi studenti che ci circondavano.
«Per me era solo il fatto che io fossi diversa da lei. Non che me ne sia importato più di tanto.»
«E non deve importartene! Sono solo delle bambinate.»
«Oh si, eccome. Lo penso anche io! Ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata un'altra.» Mi resi conto di quello che avevo detto solo quando, ormai, lo avevo detto. E non avevo più modo di tornare indietro. Avrei dovuto dirle tutto, perché lei me lo avrebbe chiesto!
«Quale?» Già che c'ero! Era mia mamma, cosa avrebbe potuto farmi? Alla meglio non mi avrebbe più parlato, alla peggio mi avrebbe immediatamente riportata a casa togliendomi quel bel futuro da vampiro che mi si protraeva davanti.
«Beh, mi ha vista insieme al professore di Profezia.» Detta così suonava davvero come una catastrofe, una cosa di cui vergognarsi, ma alla fine dietro a quelle otto parole si nascondevano solo innocenza ed ingenuità.
«Insieme ad un professore?»
«Già, ma mamma tranquilla, mi aveva accompagnata alla mia camera perché ci eravamo messi a parlare della lezione e in quel momento Kelly lo stava guardando, con la vista intendo, e ci ha visti insieme e ha sbroccato. Ti giuro, sembrava una pazza! Aaah ma non mi sono fatta mettere i piedi in testa eh! Poi la mattina dopo, la foto che avevo messo sul comodino me la sono ritrovata tutta strappata sulla mia scrivania, così mi sono ripresa la mia rivincita e ho parlato con Ninfa.»
«Hai fatto bene tesoro. Ma...Posso chiederti per quale motivo stava guardando il vostro professore?»
«Credo si fosse presa una cotta per lui.»
«E tu?»
Di colpo mi voltai spalancando gli occhi «Io cosa?»
«Tu ti sei presa una cotta per il professore?»
Distolsi lo sguardo da lei precedendola per arrivare alla serra di Divinazione.
«No mamma, come puoi pensare ad una cosa simile?»
In quel punto nessuno poteva sentirci, perché nessuno aveva portato i propri genitori alla serra, quindi mamma mi posò le mani sulle spalle costringendomi a voltarmi per guardarla negli occhi.
«Cara, l'ho capito da molte cose, prima, nell'ufficio di Ninfa. L'ho capito da come lo guardavi, da come le guance ti sono diventate più rosee appena entrate e da come ti brillavano gli occhi quando ha iniziato a parlare di te.»
«Mamma, è solo un professore amico, non ci trovo nulla di male!»
«Già, non c'è nulla di male. Ma posso pensare che quella piccola macchia sia il suo segno?»
«Eh? Cosa? Mamma ti sei impazzita tutta in una volta?»
«Hey, tesoro, calmati. Non ti sto sgridando, cerco solo di conoscerti meglio. Cerco di conoscere la mia bambina che sta cambiando.»
«Uff mamma...Scusa. È che mi sento così in colpa, credo di star sbagliando tutto qui!»
«No, no. Non stai sbagliando nulla, non devi nemmeno pensarlo! Stai vivendo la tua vita, ed è giusto che sia così. Che poi, detto tra noi, mica male il professore!!»
«Già!» Sorrisi tra le lacrime invisibili che rigavano il mio viso.
«L'ho capito subito, appena lui ha messo gli occhi sul tuo collo.»
«Credi l'abbia capito anche Ninfa?»
«Credo. È per questo che voglio che tu stia attenta!»
«Lo farò mamma, non voglio perdere nulla di quello che ho.»
«E non succederà, fidati. A questo proposito però, siccome non resisto più, ho una sorpresa per te.» infilò le mani nella borsa rovistando e diventando scema. «Eccoli! Temevo di essermeli scordati.» Mi porse due pezzi di carta rettangolari e gialli.
«Che roba è?»
«Leggi.»
Riconobbi subito che erano due biglietti per un concerto e cominciai ad avere seriamente paura.
«Oh. Mio. Dio. Dico, vuoi prendermi in giro?»
«No no, sono proprio loro!»
«Ma mamma, dove li hai trovati? Cioè, li hanno venduti tutti dopo due settimane!!»
«Un mio collega voleva portarci le figlie, ma sai com'è, non volevano più andarci e li ha dati a me.»
«Quelle due sono malate! Ma li avrai pagati una cifra!»
«Non ti preoccupare di quanto li ho pagati, ora li hai e questo è magnifico no?»
«Cazzarola si! Ma...Non posso andarci da sola!»
«Troverai un'amica con cui andarci!»
«Speriamo proprio. Dio mamma, grazie!!!» L'abbracciai senza pensarci due volte, avrei voluto piangere da quanto ero felice, ma volevo tenere quelle lacrime per quel giorno. Sapevo che ne avrei avuto bisogno.

Passammo una bella cena e il momento dei saluti arrivò ben presto, però non furono così difficili e terribili come i primi. Sapevamo che ci saremmo riviste e sapevamo che ci saremmo sentite presto.
Il Ricevimento dopotutto era andato bene, ora mi preoccupava l'arrivo dei nuovi studenti. Domenica mattina mi vestii con l'uniforme della scuola e mi legai i capelli in una coda di cavallo. Salutai Luna mentre era intenta a gustarsi i suoi croccantini preferiti bagnati con il latte (che per materializzarlo ragazzi, che fatica!!) poi scesi e mi aggregai ai ragazzi che, ovviamente, erano in ritardo.
Corsi nella Sala Grande per prendere il mio posto prima di chiunque altro novello e sperai che qualcuno si sedette accanto a me. Magari la mia migliore amica. Mi voltai verso il tavolo dei professori, c'erano già tutti ma Dorothy parlava con Eveline e a quella scena ribollii di gelosia e invidia. Dovevo esserci io al posto di quella!! Per fortuna accorsero i nuovi arrivati in mio aiuto, non volevo nemmeno immaginare a cosa avrei potuto pensare se fossi andata avanti a fissarli.
La Sala si riempii di schiamazzi, di esclamazioni, più di quanti già non ce ne fossero prima.
«Ciao!» Mi spaventai e voltandomi scoprii che alla mia destra si stava sedendo una ragazza. E parlava proprio con me!
«C-Ciao!» Mi spostai strisciando sulla panca in legno per farle spazio. L'avevo ad un palmo di mano dal viso, i suoi capelli erano castani e a caschetto, le guance paffute e gli occhi scuri ma lucidi di emozione. Indossava l'uniforme ma notai che non portava la gonna, bensì i pantaloni. Il trucco era sobrio ma tutti quei bracciali colorati mi fecero capire da subito che era una ragazza piena di vitalità.
«Io mi chiamo Martina. Dio quanto è bella questa scuola!»
«Piacere, io sono Monica!»
«Monica? Quella Monica?»
«Perché, quante altre Monica esistono qui?»
«Intendo, quella-con-il-Simbolo-per-caso?» Il suo sorriso si faceva sempre più largo, ogni parola che dicevo contribuiva ad accenderle l'espressione di stupore che aveva sul viso.
«Simbolo-per-caso?»
«Si, sul blog scrivono tutti di te!!! Dio quella Kelly è proprio odiosa!! Oddio scusa, sto parlando troppo. Tu sei la ragazza che non ha i genitori di Mond vero?»
«Beh...S...» Nemmeno mi fece dire la «i» che subito me la ritrovai avvinghiata attorno al collo. Magari era un'altra che voleva uccidermi.
«Santa Ninfa, finalmente ti conosco!! Mi sono seduta qui apposta, ti ho cercata subito appena sono entrata!!»
«A-Aspetta...» Mi spostai per riprendere fiato. «Sbaglio o sei eccitata all'idea di conoscermi?»
«Sei la più famosa della scuola!! Tutti lo sarebbero!!»
Mi guardai intorno «No, mi pare proprio di no. Sei l'unica.»
«Beh, meglio. Vorrà dire che solo io avrò il piacere di essere tua amica... Ah, se per te non è un problema, ovviamente...» Si rabbuiò un po' temendo che potessi rifiutare la sua amicizia, ma come potevo rifiutarla? Era la prima coetanea che mi parlava, che mi abbracciava e che, ossignore, che mi adorava!!
«No, no tranquilla, non è assolutamente un problema. Sono contenta che tu non abbia, beh, disgusto nei miei confronti. È bello conoscere qualcuno qui.» Ormai avevo capito che la mia migliore amica Alice non era stata Scelta.
«E' bellissimo sentirtelo dire e tranquilla, non potrei mai disgustarti! Spero tanto che Ninfa ci metta in stanza insieme!»
«Sarebbe...Fico! Ma ora è meglio se l'ascolti.» Dissi mentre Ninfa iniziava a parlare.
Infondo stava dicendo le stesse cose che aveva detto il mese prima quando ero arrivata io, quindi io non avevo bisogno di ascoltare ma avevo piacere che Martina lo facesse quindi decisi che era meglio porgerle quelle piccole domande dopo il discorso.
«E' stata semplicemente... Fantastica!!!» Esclamò lei afferrando una fetta di crostata alla ciliegia.
«Già, pensa che lo fa tutte le mattine!»
«E' un genio. Allora dimmi, come funziona qui?»
«Oddio ti prego non volermi a male, ma ci sono un casino di cose da dire. Meglio se te le fai spiegare da Ninfa più tardi.»
«Mhm...Ok, chiama lei vero?»
«Si, ma credo che facciamo in tempo ad andare nella nostra stanza. Dovrai sistemare le tue cose nell'armadio e io dovrò farti dello spazio, sembra un negozio di vestiti!»
«Stai parlando come se sapessi già che verrò da te.»
«Oh, ma io in effetti...Lo so!» Presi il foglio che aveva davanti, lo stesso che era comparso dal nulla anche a me. «Guarda.»
«Oh mio Dio!!! Non lo avevo proprio visto. La cosa mi garba!!»
«Quindi muoviamoci!!»

***

Capitolo 12 - Il Ricevimento.


***
«Oddio e se ha scoperto qualcosa?» Gli chiesi mentre lui si allacciava la sua camicia e se la sistemava dentro i pantaloni neri.
«Dubito. Controlla l'orario.»
Mi fermai dal prendere la felpa caduta a terra e controllai l'orologio. «Cavolo mancano cinque minuti al ricevimento!»
«Già, faresti meglio a muoverti.»
«Corro in camera. Ci vediamo nella Sala Grande.»
Mi raddrizzai la gonna mentre aprivo la porta, ma il suo polso mi fermò.
«Aspetta...»
«Dim...» Mi girai e le sue labbra mi zittirono in un lampo, travolgendomi in un caloroso bacio.
«Stai attenta, mi raccomando.»
«O-ok...A dopo.»
Sorrise e io scappai nella mia stanza. Ero nel panico più totale, avevo fatto fare ritardo ad un professore ed ero in ritardo io stessa, oltretutto con il dubbio di quali vestiti avrei indossato. In preda al panico cominciai a rovistare nell'armadio, quando Luna mi si avvicinò stiracchiandosi e strusciandosi sulle mie gambe.
«Luna, non è questo il momento delle carezze!» Ma lei continuava a strusciarsi, a miagolare e a fare le fusa tanto da costringermi a dedicarle almeno dieci secondi.
«Cosa c'è piccolina? Non sono stata via molto.» Le accarezzai le orecchie. Con un'ultima strusciata si allontanò e io la seguii con lo sguardo, stava cercando di dirmi cos'è che voleva. Con un salto si aggrappò a metà della coperta che scendeva dal letto, il resto lo fece aggrappandosi con gli artigli fino a strusciarsi contro una scatola bianca.
«Che cos'è? Non c'era prima che uscissi di qui.» Mi sedetti e presi la scatola sulle gambe, la aprii.
«Oh santi numi!!» Ne estrassi un vestito nero lungo fino alle ginocchia con uno spacco laterale da paura! Le maniche lunghe e lo scollo a V, forse troppo ampio per il mio petto. Senza pensare ad altro mi cambiai e lo indossai. Non so chi e non so come, ma aveva azzeccato la taglia e alla fine la scollatura non era così provocante. Mi guardai da petto a piedi, non potevo andare in giro con i calzettoni della divisa scolastica. Mi sedetti sul letto incrociando le gambe.
«Proviamo.» Chiusi gli occhi e mi immaginai quegli stivaletti neri favolosi con il tacco a spillo che avevo visto tipo l'inverno prima durante i saldi in un negozio del centro, si, quando ancora vivevo in Italia. Sentivo il pizzicore nella punta delle dita, diventava sempre più intenso fino a quando le schioccai. Ma, ovviamente, non comparve nulla. Riprovai di nuovo, le dita pizzicavano ancora, ma fui interrotta da un messaggio.
-Tesoro dove sei? Il Ricevimento inizia tra pochi minuti. Fai in fretta!!-
Era mamma ed era già nella Sala Grande, io non potevo scendere senza scarpe però! Quindi lasciai perdere il messaggio e tornai a provare. Schioccai e, come durante le lezioni, aprendo gli occhi trovai sulla scrivania davanti a me quel paio di stivaletti fighissimi! Li indossai, poi mi sciolsi i capelli ondulati e mi sistemai il trucco.
«Perfetto. Luna mi spiace ma devo lasciarti un'altra volta.» Mi chinai a baciarla sulla piccola testolina pelosa, le feci una carezza e schizzai fuori dalla stanza. Camminando a passo spedito raggiunsi la Sala.
Sperai che nessuno si voltasse mentre entravo e per fortuna tutti erano intenti a salutare i propri genitori. Avanzando in punta di piedi cercai mamma, speravo di poterla trovare presto ma Ninfa iniziò a parlare.
«Bene, ora che ci siamo tutti...» Non so perché, ma avevo la sensazione che si stesse riferendo proprio a me «...Do ufficialmente inizio al Ricevimento dei Genitori! Mano mano chiamerò gli studenti attraverso il Simbolo, loro e i propri familiari saranno pregati di recarsi nel mio ufficio dove troveranno tutti i professori per la riunione. Alla fine di tutte le riunioni potremmo dar inizio alla cena! Buon proseguimento!» Con un sorriso ammaliante scese dal leggio e scomparve dietro quella solita porta dietro la tavolata degli insegnanti.
«Uff, sarà una cosa lunghissima.» Continuai a guardarmi intorno, quando all'improvviso tutte le voce divennero un suono lontano e quasi silenzioso alle mie orecchie perché sovrastate da quella piccola e leggera voce piena d'amore.
«Monica!! Hey, tesoro sono qui!» Vidi mamma non molto lontana che si sbracciava e sorrideva.
«Mamma!!» Le corsi incontro e non dovetti alzarmi per arrivare al suo collo, con quei tacchi eravamo alte uguali.
«Dio quanto sei cresciuta! E che bel vestito! Dove lo hai preso?»
«A dire il vero non lo so, me lo sono ritrovata sul letto quando sono rientrata in camera.»
«Sarà stato un regalo di Ninfa, vedo che tutte le ragazze hanno dei vestiti splendidi.»
«Già. Beh, dimmi, che te ne pare della scuola?»
«E' favolosa! Ti trovi bene qui?»
«Si, abbastanza. Comincio ad ambientarmi. La vuoi vedere la mia camera?»
«Mi farebbe piacere!»
Così l'accompagnai fino al settimo piano della Torre Sud, durante il tragitto mi parlò di quello che aveva fatto da quando io ero partita, aveva detto che la casa era diventata uno splendore, che mio fratello si era ambientato e aveva iniziato scuola, ancora avevano qualche difficoltà con il tedesco ma se la cavavano bene. E a me questo faceva un gran piacere.
«Scusa il disordine, non ho avuto il tempo di sistemare prima di uscire.» La feci accomodare.
«Non sarebbe la tua camera se fosse in ordine.»
Luna corse da noi strusciandosi contro le gambe di mamma.
«E questo?»
«Mamma, lei è Luna, la mia compagna di stanza.»
«E' bellissima. Ciao Luna! Ovviamente le pareti sempre ricoperte.» Disse alzando lo sguardo.
«Ovvio. Poi qui c'è il bagno, con la vasca figurati!!» Mi seguì, curiosa.
«Hey, è normale che il tuo Simbolo lampeggia?»
«Si, non è normale che non abbia sentito bruciare! Comunque, dobbiamo andare, Ninfa ci sta chiamando.»
«Sono così ansiosa.»
«Tranquilla mamma, è solo una bella signora di centocinquanta anni!»
La guidai fino all'ufficio della Preside, poi bussai.
«Avanti!»
«Ecco, ci siamo. Sei pronta mamma?»
«Vai, facciamo questa cosa!»
Aprii il portone e feci passare mamma, poi entrai richiudendolo alle mie spalle. Ninfa era alla sua scrivania e seduti in fila uno accanto all'altro, sotto alle finestre, c'erano i professore.
«Salve!» Sorrise alla mamma avanzandole incontro per stringerle poi la mano. Io le stavo dietro per nascondermi mentre guardavo Dorothy, speravo si accorgesse del mio sguardo fisso su di lui. E difatti, poco dopo, si voltò ammiccando. Sorrisi distogliendo gli occhi.
«Venga, si accomodi pure. Gradisce un biscotto?»
«Mamma, prendine uno. Sono squisiti!!» Le sussurrai da dietro, tanto sapevo che Ninfa aveva sentito.
«Grazie mille. E complimenti per questa meraviglia!»
«La ringrazio signora. Ma veniamo a noi. Uh, Monica, accomodati pure.» Mi sedetti dando le spalle agli altri prof, o almeno sperai di dar loro le spalle, poco dopo erano già dietro la scrivania accanto a Ninfa!!
«Perfetto. Sa, ho tantissime cose da dirle su sua figlia. Innanzitutto, sono fiera di averla tra i miei studenti. So molto bene che nessuno della famiglia ha ricevuto il Simbolo quindi per Monica è stato molto difficile farci l'abitudine, ma ho avuto il piacere di notare che in un mese ha fatto molti progressi, potranno confermarglielo anche gli altri professori. Credo si sia impegnata molto, e sono sicura che lo farà ancora, per capire come funzionano le cose qui, per conoscere la nostra storia e per imparare a diventare una di noi. Come dicevo anche a lei qualche giorno fa, durante un'interessante conversazione tenuta nella sua stanza, le ho lasciato modo di prendere confidenza con la scuola e con le persone prima di poterle spiegare proprio tutto. A dire il vero credo anche di non averle detto qualche cosa, ma per questo c'è tempo.» Mi guardò con occhi tranquilli dandomi sicurezza. «Ha capito molte cose che, forse, un normale umano non avrebbe capito. Volevo che anche lei, signora, avesse del tempo per pensare e per poter accettare la cosa.»
«Oh ma io non ho assolutamente problemi. Anche con lei ho sempre detto che sono molto fiera che sia entrata in questa scuola.»
«Ha fatto bene, la sicurezza dei genitori è la prima cosa fondamentale per superare, chiamiamolo così, trauma del cambiamento. Ma direi che in Monica non ho riscontrato particolari difficoltà, se non quella del trovarsi amici, però credo che con il tempo arriveranno anche loro. Meglio aspettare un po' e trovarne dei buoni, piuttosto che aver fretta e trovarli cattivi, no?»
«Già.» In quel momento, di fronte a tutti quegli adulti, mi sentii una bambina incapace di parlare e ragionare da sé.
«Bene, quindi direi che altre cose su di lei non ne ho da aggiungere. Nadine?»
«Si, grazie Ninfa. Beh, Monica nella mia materia ha fatto molti progressi. Ricordo che proprio il primo giorno è riuscita a materializzare una rosa rossa sul suo banco, lasciandoci tutti stupefatti!»
«Si, ricordo che era felicissima quando me lo disse!»
«Posso ben immaginare. Solitamente un alunno di Mond riesce a materializzare piccoli oggetti dopo il primo mese, a volte anche dopo due! Lei già dal primo giorno, credo sia spettacolare! Per il resto va bene, non da problemi in classe e si impegna.» Solite parole che sentivo anche nella scuole normali, insomma.
«Lo stesso vale per me.» Intervenne Gherard. «In Storia le ho dato un po' più di tempo per mettersi alla pari, ma ormai penso sappia già abbastanza, quanto basta per mettersi in pari con i suoi compagni. Quindi presto inizieremo con le verifiche e le interrogazioni assieme agli altri. Ecco, l'unica cosa che le chiedo è una maggiore attenzione, ma presumo che non sempre sia facile stare attenti. Non vorrei che rimanesse indietro con il programma, sarebbe un piacere.»
«Gherard, sono sicura che dopo quello che le ha detto si impegnerà di più, vero Monica?» Ninfa mi rivolse un altro caloroso sguardo.
«Si, lo farò!» Sorrisi.
«Perfetto. Eveline, con te è successo qualcosa di strano recentemente o sbaglio?» No cavolo, no, no, no, no, la visione no!
«Si, non molto tempo fa Monica è corsa nel mio ufficio raccontandomi di una visione del presente che aveva visto. Si trattava di un ragazzo che non conosceva.»
«Ehm...» Mi schiarii la voce «...Lo conosco ma solo in foto.»
«Comunque di persona non lo conosci. E sei riuscita a vederlo. Non ben definito, ma ci sei riuscita! E nemmeno uno del terzo ne è mai stato capace! Questo vuol dire che o nelle mie lezioni stai attenta al centodieci per cento oppure il fatto che tu sia, diciamo, l'unica con il Simbolo ti dà maggior facilità in questa cosa.»
«Spero sia più la prima opzione, prof.»
«Non lo so che cos'è, ma so che è una cosa straordinaria.»
«Non me ne hai mai parlato, di questa visione.» Mamma mi guardò leggermente delusa.
«E' successa una volta sola mamma, pensavo fosse stata frutto della mia immaginazione.»
«Ma non è stato così.» Si affrettò Ninfa. «Ok, dopo Dorothy abbiamo finito? Ah no, Savine. Beh, Dorothy prego.»
«Si, cosa posso dire? A lezione vedo che segue e si impegna molto soprattutto durante la pratica. Nella teoria non sempre è molto attenta, spero comunque che la prima verifica vada bene, ho sempre considerato i miei alunni come degli amici, e spero che questo sia lo stesso anche per loro. Ma con Monica ho un rapporto diverso, ho notato che quando ha qualche problema non esita a chiedere consigli e, nonostante il nostro piccolo inconveniente della prima lezione, mi pare che ci sia dialogo tra professore e alunna. Penso che questo sia un buon modo per andare d'accordo.» Alla faccia che dovevamo nascondere il nostro rapporto a Ninfa! Ora lo sapevano tutti i professori e pure mia mamma!!
Mentre parlava, Dorothy guardava me sorridendo e poche volte aveva spostato lo sguardo sulla mamma. Ninfa avrebbe scoperto qualcosa, me lo sentivo.
«Quindi, anche per la mia materia, prevedere il futuro, Monica assolutamente non ha problemi.»
«Non ne dubitavo. Possiamo concludere con Savine.»
«Si, beh non ho molto da dire siccome la mia materia si svolge solo per quattro ore al mese. La trovo molto interessata a studiare le piante e capire come utilizzarle per curare malattie o per donare longevità e la cosa mi fa piacere.»
«Bene, direi che di questa ragazza non ci si può proprio lamentare!» Ninfa mi rivolse un sorriso amichevole. Io ricambiai spostandomi i capelli di lato, il lato sbagliato. Notai Dorothy spalancare gli occhi e scuotere leggermente la testa, con lo sguardo gli chiesi cosa fosse successo.
«Monica...» Ninfa mi si avvicinò scrutando la parte destra del mio collo, per fortuna mamma era dall'altra parte! «...Cos'hai sul collo?»
Subito mi portai la mano sulla mia pelle calda «Sul collo? Niente!»
«Non mi pare, guarda.» Si materializzò uno specchietto nella mano e me lo porse.
«Ah, ehm, credo di essermi graffiata...» Una piccola macchia rossastra compariva, senza problemi, sul mio collo. Era la conseguenza di quel calore, di quel bruciore che sentivo quando Dorothy mi baciava.
«E come ti saresti graffiata?» Anche mamma ormai l'aveva vista e il suo sguardo era davvero preoccupato, forse come non l'avevo mai visto!
«Beh si, Ninfa avevo intenzione di dirglielo presto. Oggi non sono stata a lezione, colgo l'occasione per dirlo anche a tutti i professori, perché mi sono sentita poco bene. Ho deciso poi di andare a Divinazione senza nemmeno aver mangiato ma quando arrivo lì, beh sull'albero c'era un gattino piccolino che miagolava...Insomma non potevo lasciarlo lì da solo no?»
«Eh no, quindi ora lo hai in camera?» Chiese Ninfa, con la sua solita aria materna.
«Si è in camera mia ma Ninfa, veramente, non da fastidio! Non si sente nemmeno! Sta tutto il giorno nella sua cuccia, miagola solo quando ha fame...Sul serio!»
«Va bene cara, mi fido. Ma come farai a procuragli da mangiare? E avrà bisogno di un posto dove fare i suoi bisogni!»
«Ninfa...» Intervenne Dorothy e io pregai il cielo che non parlasse! Cavolo stia zitto professore! Cosa gli costava tacere?? «...Se posso permettermi, ho già pensato io a provvedere a Monica e a Luna tutto quello di cui avranno bisogno e mi farebbe piacere continuare a farlo! Beh, fino a quando Monica sarà in grado di materializzare gli oggetti.»
«Perfetto, grazie Dorothy. Credo che Monica ne sarà felice. Ma non abbiamo ancora capito come ti sei fatta quel...Graffio.»
«Ecco si, si vede che il micio era impaurito e quando l'ho preso si è aggrappato alla pelle.» Cercai di simulare una smorfia di dolore, immaginandomi il male che potrebbe fare un gatto che si aggrappa alla pelle del collo con gli artigli e provando con tutte le mie forze a spingere via dalla mente il dolore vero e piacevole di quella macchia.
«Ok, vorrà dire che dovrai stare attenta e curare la ferita. Ora passiamo al fatto delle lezioni.»
Oh no, non se l'era bevuta la storia del gatto! Cioè, non quella del fatto che mi avesse graffiata sul collo. Un graffio è dritto, non tondo. E poi lì nessuno era così stupido da scambiare un succhiotto per un graffio! Era sicuro, Ninfa non me l'avrebbe fatta passare liscia.

***

Capitolo 11 - Passione solo per me.


***
Ci trovammo davanti alla porta di camera mia e dopo che la ebbi aperta invitai il professore ad accomodarsi.
«E' bella.» Disse mentre la studiava con il naso all'insù.
«È casa.» Risposi di rimando.
Posai delicatamente Luna sul letto lasciando che si ambientasse e prendesse posto. Non perse un attimo e si accomodò sul cuscino. Si, era proprio comodo anche per lei.
«Cosa serve, esattamente, ad un gatto?» Chiese sedendosi ai piedi del letto, di fronte a me che mi ero appollaiata vicino alla gattina.
«Presumo... Una ciotola per l'acqua, una per il cibo e...Naturalmente...Del cibo.»
Non mi rispose, lo vidi concentrarsi seppur fosse ancora ad occhi aperti, dopo pochi istanti si materializzarono due ciotole rosse.
«Wow, grazie prof!»
«Poi le vorrà anche una cassetta per i suoi bisogni.» Annuii mentre lui materializzava una cassetta bianca. «E anche la sabbia.» Così materializzò anche un sacco pieno di sabbia per gatti. «Poi?»
«Mhm...Dei giochi...»
«Giusto.» Si concentrò di nuovo materializzando un topolino elettrico, una corda con una piuma viola attaccata, palline varie di colori vari, insomma il pavimento era un campo minato di giochi.
«Le servirà anche una cuccia dove dormire, non credi?»
«Oh si, ma non sono sicura che la userà.» Le tirai un'occhiata, si era acciambellata e sembrava non volesse saperne neanche un po' di tutte quelle cose che venivano materializzate solo per lei.
«Noi materializziamola lo stesso.» E così fece apparire un cuscino rosa proprio sotto la finestra, vicino al termo.
«Grazie, davvero.»
«Lo faccio volentieri. Se ti serve altro...» Credo che dopo ciò le sue parole divennero nebbia. Cercai di distogliere lo sguardo concentrandomi soprattutto su Luna, sulle sue fusa e fissando la mia mano che si muoveva sulla sua schiena accarezzando il suo pelo morbido. Fu la mossa più sbagliata che potessi fare. Dorothy si avvicinò e io, sbagliando come poco prima, mi voltai nuovamente senza aver il tempo di realizzare che il suo volto era a pochissimi centimetri dal mio. Ci immobilizzammo, sembrando così due statue di pietra. La nostra pelle all'improvviso si fece gelida ma potevo sentire perfettamente il suo respiro caldo scaldarmi le guance.
«Non dovremmo farlo.» Sussurrò lui.
«Ogni tanto le regole sono fatte per essere infante.» -Eh? Cosa? Monica stai delirando. No, è Dorothy a farmi delirare!-
Non aggiunse altro, si limitò ad avvicinare le sue labbra alle mie. Il bacio però non fu rapido e insensato come quello precedente. Quel bacio era caldo, si sentiva. Dorothy muoveva le labbra così dolcemente, così sensualmente che temevo di volerne ancora una volta che si fosse staccato.
La mia sensazione era esatta.
Dorothy si staccò solo un attimo e di poco appena per riprendere fiato, io cercai di riprendermi la sua bocca.
«Non fermarti.» Sussurrai mentre lui si avvicinava di nuovo. Poi sentii che iniziava a spostarsi, a sistemarsi. Si mise in ginocchio di fronte a me facendomi andare indietro con la schiena fino a scivolare sotto di lui, fino a ritrovarmi schiacciata da quel peso bollente che ardeva di passione. Passione solo per me. Luna si alzò e andò a trovare un altro posto in cui riposare.
Sentivo quel leggero movimento su tutto il mio corpo, sentivo che se avesse continuato ancora un po' sarei esplosa, sarei dovuta arrivare fino alla fine. Ma non avevo il coraggio di fermarlo, non riuscivo a fermarlo. Le parole volevano uscire in un vortice di rabbia, di paura, di gioia e di emozione ma era impossibile parlare. Le parole lasciavano spazio ai respiri ansimanti. I respiri ansimanti vincevano sulle parole.
Dalle labbra, Dorothy scese lungo il mio collo. L'arteria che sfiorò iniziò a pulsare, segno che che il cuore stava pompando il sangue ad una velocità smisurata. Sentii che sfiorava la pelle con la lingua, sentii che mi graffiò con i denti. Era un dolore sopportabile, un dolore che prima di allora non avevo mai provato, un dolore che mi sarei portata dietro per molto, moltissimo tempo.
Tutto quello strusciarsi e la sensazione che la pelle del mio collo potesse venir strappata provocarono in me una reazione, credo, comprensibile e alquanto immaginabile. Riuscii a liberare le braccia dalla stretta del suo petto che premeva contro il mio e le portai fino a sopra la mia testa, fino a riuscir a stringere gli angoli del cuscino. Più lui continuava, più temevo che le mie unghie si spezzassero da quanto la stretta si stava rafforzando.
Il mio petto ormai andava a fuoco, ormai tutto il corpo era acceso. Saremmo stati capaci di andare oltre, saremmo stati capaci di infrangere altre mille regole di Mond e dei vampiri. Ma Dorothy era un professore, sapeva a cosa stava andando in contro.
«Fermami, ti prego.» Sussurrò con ancora le labbra premute sul mio collo.
«Non posso, non ci riesco.» Sentivo la pelle tra i suoi denti, tirava, bruciava, ma era così immensamente bello.
«Fermami, rischio di farti del male.»
«Di qualsiasi cosa si tratti, sono disposta a rischiare.» Non sapevo nemmeno di cosa stesse parlando! Ma quel dolore era così attraente e così sbagliato che non potevo più farne a meno.
«No, non posso mi dispiace.» Di colpo si tirò su, lasciandomi distesa sul letto, tremante per la troppa emozione. «Faresti meglio a prepararti per il ricevimento.» Disse prima di uscire dalla camera e chiudersi la porta alle spalle. Mi lasciò così, senza uno straccio di spiegazione, senza farmi godere di quel momento fino in fondo.
C'erano, di nuovo, troppe domande a cui dovevo trovare una risposta. E questa volta sarebbe stato mille volte più difficile.
Se Ninfa avesse saputo di quello che era appena successo saremmo andati nei casini tutti e due, forse lui ancor più di me. Dovevo solo sperare che lei non ci chiedesse nulla e per far si che questo non accadesse, io e Dorothy non dovevamo darle sospetti.
Ma lui doveva saperlo subito.
Lasciai perdere i vestiti e il trucco e l'aspetto per il ricevimento, diedi una leggera carezza a Luna ed uscii percorrendo di corsa il tragitto tra camera mia e l'ufficio del professore.
Arrivata, bussai energicamente.
«Professore!!!» In giro non c'era nessuno che potesse sentirmi o avere dubbi sul mio comportamento sospetto, erano tutti impegnati a farsi belli.
«Professore, devo parlarle!!»
«Accomodati.» La sua voce era lontana ma alta, stava urlando.
«Permesso.» Dissi richiudendomi la porta alle spalle. Come aveva fatto lui nella mia camera, avanzai con il naso all'insù guardando ogni piccolo particolare. Le pareti erano libere da intonaci o vernici, i mattoni di un grigio scuro sporgevano in qua e là. La sua scrivania era posta alla sinistra della porta, era enorme e di un marrone cioccolato. Le poltrone sembravano troni con comodi cuscini rossi. Di fronte alla porta c'era la solita finestra ad arco con sotto un tavolino nero vernice e quattro sedie uguali, le avrebbe usate per gli ospiti? Sembrava una zona intima, oscurata dalle tende rosse che sfioravano il pavimento. Sulla destra della porta compariva una piccola porta -che quasi sicuramente sarebbe stata la sua stanza da letto- e accanto la parete era ricoperta da un'enorme scaffalatura con infiniti libri impolverati.
«Scusi professore, le piace l'età del Medioevo?» Gli davo le spalle, avevo già intravisto in che condizioni era sistemato.
Dorothy stava davanti alla porta della sua camera, la porta socchiusa. «Si, mi affascina da sempre.»
«Anche a me, sa?» Continuavo a guardarmi intorno cercando di evitare il contatto visivo con lui.
«Allora, puoi spiegarmi come mai sei venuta qui?» Sembrò scocciato di quella visita.
E quel tono mi bloccò. Non riuscii a guardarlo in faccia, non riuscii a dirgli nulla. Lui però aspettò, pazientemente.
Per poco.
«Quindi?» Fece una pausa sperando che tornassi a parlare. Era come se mi avessero immobilizzata, mummificata. «Ooh, sto parlando con te!» Mi strinse il polso scuotendomi e facendomi girare verso di lui.
«Ehm...Si, pensavo ad una cosa...» Mantenni lo sguardo da tutt'altra parte che non fosse lui o quel suo diamine di corpo scolpito alla perfezione.
«...A quello che è successo prima?»
«A dire il vero...Si...» Stavo per dirgli tutto quello a cui stavo pensando, ma lui mi interruppe un'altra volta.
«Senti, dimentichiamoci di quello che è successo ok? Io sono il tuo professore e tu la mia alunna, è così che deve andare chiaro? Ci siamo lasciati andare ma tornavamo dal periodo di luna piena. Ora che è finito per favore facciamo finire anche questa cosa.»
«A...A dire il vero io pensavo ad un'altra cosa. Cioè, è collegata con questo che ha detto lei ma...C'entra anche Ninfa. Insomma, lei non dovrebbe sapere che siamo stati insieme se no rischiamo. Lei di essere bandito come professore e io di essere espulsa dalla scuola. Non è quello che esattamente vogliamo no?»
«Direi proprio di no. Continua.»
«Ecco, dopo che lei è andato via mi è venuto in mente che non dobbiamo dare sospetti a Ninfa e, beh, per farlo...»
«...Non dovremmo più stare insieme. È quello che ti ho detto io.» Disse accentuando il tono della voce sulla fine della frase.
«Si, ma in quello che avevo da dire io c'entrava pure Ninfa.»
«Ma il concetto è lo stesso, non dobbiamo più frequentarci. A parte durante le lezioni.»
«Già, a parte le lezioni...» Il tono delle nostre voci si era fatto più tranquillo e anche un po' scherzoso. Dorothy era ad una buona distanza da me, voglio dire, non era troppo vicino come tutte le altre volte. Ma quella situazione, l'essere soli nel suo ufficio, lui appena uscito dalla sua camera e per di più, oh cielo, e per di più con addosso solo i pantaloni! Non era delle migliori dopo quanto successo in camera mia. All'improvviso poi... Perché cavolo mi aveva fatta accomodare senza infilarsi una maglietta? Insomma, avevo insistito molto prima che rispondesse, il tempo di vestirsi lo aveva oppure no? Si che lo aveva. Forse sapeva che ero io a bussare. Intelligenza, non è che esiste qualcun'altra con la voce uguale alla mia nella scuola. Quindi sapeva che ero io e aveva il tempo di vestirsi completamente. La conclusione sorge spontanea: il professor Dorothy provocava.
Prima di andare via per prepararmi finalmente a quel stra maledetto ricevimento però, dovevo fare una cosa. Intendo dire, se me ne fossi andata così avrei rimpianto tutto. Un'altra occasione del genere quando sarebbe ricapitata? Mi sentivo in obbligo di farlo, di farlo per me stessa, e dovevo farlo in fretta.
Approfittai perciò del fatto che Dorothy fosse ancora immerso nei suoi pensieri riguardo alla discussione appena avvenuta per chiudere gli occhi e prendere un respiro. Tutto accadde in meno di un secondo. Sempre ad occhi chiusi mi avventai contro di lui stringendo le braccia attorno al suo collo e alzandomi in punta di piedi per arrivare meglio a sentire il suo profumo. Lui strinse le braccia attorno alla mia vita, in quel momento mi sentii protetta. Dalla schiena passò le mani sul mio collo per intrecciare le dita tra i miei capelli, scostò così il mio viso dalla sua spalla per darmi un piccolo bacio sulle labbra. Automaticamente sorrisi, felice di sapere e di aver capito che quello che aveva appena detto non era del tutto la verità.
Lui sorrise e dai capelli scese accarezzandomi i fianchi, da lì afferrò le mie gambe per prendermi in braccio e portarmi nella sua camera. Sinceramente, e mi dispiace per voi lettori, non riuscii molto a capire in che modo fosse riordinato il suo piccolo covo privato, mi ritrovai subito sdraiata sul letto. Senza esitare, Dorothy mi tolse la felpa della divisa tirando fuori anche la camicetta dalla gonna che ormai copriva ben poco. Bottone dopo bottone slacciò anche la camicia bianca senza sfilarmela, accarezzò il mio seno e la pancia, il fianco e poi la coscia ritrovandosi al suo interno. Mentre mi accarezzava si piegò appoggiando il petto sul mio, baciandomi di nuovo, baciandomi con più passione. Premeva le sue anche contro la mia pelle e sembrava che i miei baci sul suo Simbolo ormai completato gli piacessero, e non poco! Stava raggiungendo l'orlo nascosto dei miei slip, quando sentii che la sua Mezza Luna si stava scaldando.
Dorothy di colpo si alzò con un leggero gemito di dolore (che, chi sa perché, a me piacque). Si sistemò i pantaloni e afferrò la camicia che aveva appeso alla sedia.
«Che succede?» Chiesi riallacciandomi la mia.
«Ninfa... Mi sta chiamando.»

***

Capitolo 10 - Luna.


***
Venerdì sera mamma mi chiamò, iper agitata.
«Tesoro, allora per domani è tutto confermato?»
«Si, ma ancora non ho ben capito come funziona. Intendo dire, come farà Ninfa a parlare con ognuno di voi se staremo tutti nella Sala Grande?»
«Non ne ho idea, lo sai che Ninfa è la più grande Preside mai esistita. Sicuramente ci stupirà e saprà gestire alla perfezione la situazione!»
«Già, speriamo che vada tutto bene.» Dissi con un tono di preoccupazione nella mia voce. Tanto da far preoccupare anche la mamma.
«Cosa c'è che dovrebbe andare male?»
Ero indecisa se dirglielo o no, ma ormai aveva capito che qualcosa non andava quindi tanto valeva parlare e spiegarle le cose così come stavano. Magari le sarebbero servite anche da avviso e non si sarebbe poi sentita a disagio se già sapeva perché gli altri genitori la evitavano.
«Hey, qualcosa non va?» Mamma interruppe i miei viaggi mentali riportandomi alla realtà.
«Ecco mamma, effettivamente si, c'è qualcosa che dovresti sapere...» Indugiai un attimo, ma non la lasciai replicare «...Io ho fatto molta fatica ad inserirmi in questa scuola, anzi a dire il vero mi sento ancora tremendamente sola.» Mi immaginai già la sua faccia triste e delusa seppur stessimo parlando per telefono «E' per via di te e papà, capisci? Mi danno della meticcia perché voi non avete il Simbolo. Ho persino litigato con la mia compagna di stanza» -e non solo perché sono diversa- «tanto che Ninfa si è vista costretta a cambiarmi di stanza, quindi ora sono più sola che mai, ma va bene così. Non mi importa quello che gli altri dicono su di me. Mamma, ho paura che qui potresti sentirti un'estranea.»
«Oh piccola...» La sua voce era tremante, però calda e piena del suo amore materno «...Non devi preoccuparti per me. Io sono molto felice di venire al ricevimento. Ci vengo perché sono curiosa di sapere ciò che Ninfa ha da dirmi su di te, anche se sono più che sicura che mi dirà delle belle cose.» Oh mamma, non ne sarei così convinta. Cominciai a sperare che Ninfa tenesse la bocca chiusa su Dorothy. «E vengo soprattutto perché voglio riabbracciarti tesoro e perché sono fiera che tu sia entrata in questa magnifica Scuola.»
«Mamma, promettimi solo che qualunque cosa sentirai, lascerai perdere tutto!»
«Tranquilla, non accadrà nulla di male. Ora ti lascio, vorrai riposarti dopo la lezione. A domani chicca, ti voglio bene.»
«Anche io ti voglio bene mamma.»
Aspettai che fosse lei a riattaccare, poi mi gettai a peso morto sul letto. Anche quella sera, come il mercoledì precedente, il mal di testa era fastidioso ma le tempie non pulsavano più come qualche minuto prima che chiamasse mamma. Forse tutta quella storia mi aveva fatta impazzire, Dorothy mi aveva fatta impazzire nonostante avessi preso le distanze da lui, forse avevo solo bisogno di dormire un po'.

Chiusi gli occhi prendendo immediatamente sonno, non so nemmeno quanto dormii, forse parecchie ore perché quando dei forti rumori sulla porta mi svegliarono, fuori e nella stanza era già buio.
«Chi è?» Gracidai con la voce ancora addormentata.
«Sono Ninfa, potresti aprirmi?»
Schizzai giù dal letto, non volevo che la mia Preside aspettasse i miei comodi. Diedi un giro di chiave e aprii completamente la porta per farla accomodare.
«Buona sera, Preside.»
«Buona sera a te, cara.» Entrò spostando lo sguardo da un ''angolo'' all'altro della camera tonda.
«Come mai questa visita?» Abbassai gli occhi sul suo ventre, tra le mani stringeva un piatto coperto da un altro piatto.
«Non ti ho vista questa sera a cena, quindi presumevo tu avessi fame.»
«Oh, ehm, si. Effettivamente ho un leggero languorino.»
«Ti ho preso questo dalla mensa, spero sia di tuo gradimento.» Mi sorrise, tranquilla.
«La ringrazio, Ninfa.» Presi i due piatti che mi stava porgendo e mi accomodai sul letto.
«Posso restare qui a farti compagnia?» Improvvisamente mi sembrò in imbarazzo.
«Oh, certo che si! Si accomodi pure.»
«Grazie cara.»
Si sistemò alla scrivania ai piedi del mio letto, di fronte a me. Tacque per quelli che sembrarono minuti infiniti, ma che si svelarono essere solo pochi secondi.
«Tutto molto buono! Complimenti!» Esordii bloccandola sul nascere del suo discorso.
«Desideri altro?»
«No, credo di essere a posto così. Grazie.»
Sorrise per farmi capire un -prego- poi all'improvviso il suo volto cambiò espressione diventando serio e più adulto.
Cominciò a parlare lentamente, tranquilla «Vedi, se sono qui non è solo per portarti la cena. Sono la tua Preside, il mio compito è insegnarti, darti consigli e aiutarti per quanto questo può essermi possibile. Ma il compito più importante che ho è proteggerti.»
Fece una pausa, forse si aspettava che le chiedessi «Proteggermi da cosa?»
«Monica, tu sei diversa dagli altri studenti di Mond. Vieni da una famiglia in cui nessun membro ha il Simbolo, quindi sei più vulnerabile. In questo caso io devo seguirti maggiormente, capisci? Non vorrei che neanche uno dei miei studenti finisse nei guai.» Lei non voleva interrompere il discorso, ma io fui costretta a farglielo fare.
«Mi scusi, in che guai dovei finire?» Mi augurai solo che non si stesse riferendo a Dorothy, se no ero davvero in un bel casino!
«Monica, come ben avrai capito, da quando sei stata Scelta in te qualcosa è cambiato. Ora è ancora presto per vederlo, ma con il passare del tempo ti diventerà tutto più chiaro. All'inizio non sarà semplice, ma so che imparerai presto a controllarti. Nel frattempo...» La interruppi di nuovo.
«Scusi, ancora... Vorrei sapere, perché non mi è ancora del tutto chiaro...» Avevo paura a farle quella domanda, ma avevo bisogno di conoscere la verità, quindi presi un bel respiro e continuai «...Per caso, sono diventata un vampiro?»
«Sapevo che presto me lo avresti chiesto. Non volevo dirti tutto subito perché per te poteva anche essere uno shock affrontare qualcosa di totalmente nuovo. Volevo lasciarti il tempo di ambientarti, di fare nuove amicizie e di capire le cose da sola. Ma tu sei più intelligente di qualsiasi altro ragazzo della tua età e non ci hai messo molto a capire che, si, ti stai trasformando in un vampiro.» Questa volta mi lasciò lo spazio per riflettere, per pensare a qualche domanda da porle, per riprendermi semplicemente da quel discorso.
«In che senso mi sto trasformando? Già non lo sono?»
«Non lo si diventa appena si viene Scelti. Il Simbolo che hai sul tuo petto non serve solo per permettermi di chiamarvi nel mio ufficio o identificarvi come ''ragazzi che frequentano Mond''. Il Simbolo sul tuo petto ti fa capire che ti stai trasformando. Solo alla fine del terzo anno diventerà completo e si chiuderà del tutto esclusivamente se supererai un esame. Da quel momento allora sarai un vampiro adulto.»
«E cosa succederà quando sarò un vampiro adulto?»
«Lo scoprirai proprio all'ultimo anno con il professor Gherard.»
«E se non passo l'esame?»
«Se succede, il Simbolo si bloccherà, dovrai ripetere il terzo anno e dare di nuovo l'esame. Ma fino ad ora di questi casi non se ne sono mai verificati.»
«Meglio così!»
«Già, me siamo molto fieri. Beh, temo che la mia visita debba concludersi qui.» Si alzò sistemando la sedia al suo posto e avviandosi alla porta, io la seguii.
«Grazie Ninfa.» Le sorrisi appoggiando la mano sulla maniglia.
«Non devi ringraziarmi, non ce n'è bisogno. Tuttavia, fino al giorno del tuo esame, ti chiedo di stare lontana dai guai e di usare la testa, non il cuore.» Con un ultimo sorriso si voltò lasciandomi lì, spiazzata e con un grosso dubbio nella mente. In quali cavolo di guai dovevo cacciarmi? Non ero così scema da andarmeli a cercare! Voglio dire, nessun sano di cervello chiamerebbe a sé dei guai. A questo proposito ero sicura con tutta me stessa che Ninfa avesse parlato riferendosi a Dorothy. Insomma, lui era un professore quindi si presupponeva fosse già un vampiro adulto ed io, lì dentro da poco più di un mese, ero meno di una cacchetta che non sapeva materializzare, prevedere il futuro, vedere la gente e che, addirittura, non conosceva niente di niente sul vasto mondo dei vampiri. Quindi dovevo tenermi lontana da Dorothy. Bel problema se vogliamo contare il fatto che ero costretta a vederlo tutti i giorni a lezione e dovevo anche fare esercitazione con lui dato che gli altri compagni mi detestavano e non volevano fare coppia con me. Non male come inizio di una nuova vita. Tutti quei pensieri mi fecero tornare un mal di testa allucinante, quindi mi buttai nuovamente sul letto e questa volta mi infilai sotto le coperte. Avrei saltato le lezioni del giorno seguente, da quella sera avevo un problema in più a cui pensare e non potevo farlo durante le ore di studio, tanto valeva starsene chiusa in camera a pensare in completa tranquillità.
Non che servì a molto saltare l'intera giornata di lezione, non mi aiutò a risolvere i problemi -anzi, sicuramente me ne avrebbe causati di più- e non mi aiutò neanche ad andare avanti con le esercitazioni per il chakra. Dormii fino alle undici e mezzo, non che la cosa mi dispiacesse, ma ormai la lezione di Materializzazione era saltata e dovevo farmi la doccia. Quindi lasciai perdere il cibo dell'ora di pranzo e mi infilai sotto la doccia bollente. Avevo bisogno di far scivolare via la tensione di quel primo mese e una semplice doccia veloce non bastava, rimasi sotto l'acqua corrente per più di un'ora preparandomi poi per arrivare in tempo almeno a Divinazione.

Stavo percorrendo il piccolo vialetto in ghiaia del cortile esterno per giungere alla Serra di Divinazione, ero ancora completamente rimbambita del lungo sonno di quella nottata ma la lezione sarebbe stata leggera come tutte le altre. Forse mi avrebbe anche aiutata a rilassarmi e farmi riposare un po' di più in vista del ricevimento di quel pomeriggio. Camminavo calciando i sassolini che mi si presentavano davanti, sapevo di essere già in ritardo di qualche minuto, ma andava bene lo stesso. Mi avvicinai alla porta trasparente quando dall'albero tra la serra e l'alto muro di cinta che circondava la scuola arrivò un soffice e delicato miagolio. O perlomeno, sul momento mi sembrò un miagolio. Così mi voltai, tanto che c'ero cinque minuti in più non avrebbero ucciso nessuno, e raggiunsi l'albero.
«Miao.» Mi misi a miagolare sul serio e in quel momento pregai che nessuno uscisse dalla serra o mi stesse ascoltando.
Il micio rispose al mio richiamo e si affacciò da un ramo non tanto alto. Chi sa cosa ci eravamo appena detti.
«Miao.» Speravo venisse giù, avrei potuto aiutarlo. Allungai il braccio fino a riuscire a sfiorarlo con la punta delle dita ma lui si ritrasse, impaurito. Non riuscivo nemmeno a capire di che colore fosse.
«Dai piccolino, vieni, non ti faccio niente.» Per quanto mi fu impossibile, provai ad allungarmi ancora un po'. Il gatto mi annusò la mano solleticandomi con il muso freddo e, quando ebbe capito che non avevo intenzione di fargli del male, si sporse ancora di più. Tanto da riuscire a prenderlo da sotto le zampe e portarmelo al petto. Era tigrato con la pancia bianca e piccolissimo, avrà potuto avere appena tre o quattro mesi e io non potevo lasciarlo lì fuori.
Ormai anche la lezione di Divinazione era saltata, quindi tanto valeva tornare in camera e prendermi cura di quel piccolo essere peloso.
«Piccolino, ma come ci sei finito lì sopra?» Intanto si era girato a pancia in su e io con l'indice gli grattavo il collo. «E la tua mamma dov'è finita?»
Ovviamente non pensavo ci fosse bisogno di correre in camera e nemmeno di guardare dove stavo mettendo i piedi, quindi mi ritrovai completamente assorta dalle fusa del gatto quando andai a scontrarmi con qualcosa. Qualcosa che non era la colonna che reggeva il corridoio sopra il porticato dell'ala Sud.
«Ops, scusa.» Le sue mani si erano posate sulle mie spalle mentre il micio per la paura si era aggrappato fino a dietro il mio collo, tra i capelli.
Alzai lo sguardo, arrossii di colpo. «Professore! Che ci fa qui?» Chiesi sfacciata, ormai quale imbarazzo potevo provare con lui?
«Dovrei essere io a chiederti cosa ci fai qui.»
«Ah, ehm, giustamente. Si io in realtà stavo andando a Divinazione no? Però poi ho dovuto salvare questo piccolo micino e non potevo portarlo dentro la serra. Quindi stavo, anzi sto ancora, tornando alla mia camera.»
«Capisco, ma faresti meglio a passare prima da Ninfa e chiederle se puoi tenerlo.»
«Si, credo che lo farò.»
«Brava. Sbaglio o oggi non ti ho vista a lezione?»
«No, effettivamente non c'ero. Non sono brava a sdoppiarmi, magari! È che mi sono concessa di dormire un po' di più e ho perso tutte le lezioni della giornata. Ma prometto che sarà la prima ed ultima volta.»
«Faresti meglio a spiegarle anche questa cosa.»
«Oddio allora passerò l'intero pomeriggio nel suo ufficio!»
«Credo che per questo pomeriggio il suo ufficio sia leggermente incasinato.»
«Cavolo, il ricevimento!! Mancherà appena poco più di un'ora.»
«Avrai tutto il tempo di prepararti e anche di dedicarti al tuo nuovo amico.»
«Già, per fortuna che l'ho incontrato.»
«Vieni, ti accompagno alla stanza. Vorrai qualcosa per allestire il nuovo posticino per...Come si chiama?»
«Ehm, non lo so...» Intanto ci stavamo avviando alle scale della Torre Sud. «...Non so nemmeno se è maschio o femmina.»
«Dammi.» Gli passai delicatamente il gatto, lui lo strinse tra le sue mani e lo girò quanto bastava per capire. «E' una femminuccia. Consiglio di chiamarla Luna.»
«Si, Luna è perfetto.»

***